sabato 15 giugno 2013

Aforismi per crescere nella consapevolezza dei nostri gesti quotidiani

“Centonove” 14.6.2013

QUANDO IL PIATTO…PIANGE


“Oggi sappiamo per certo, ma lo abbiamo istintivamente sempre saputo, che gli animali possono soffrire esattamente come gli esseri umani. Le loro emozioni e la loro sensibilità sono spesso più forti di quelle umane. Diversi filosofi e capi religiosi hanno cercato di convincere i loro discepoli e seguaci che gli animali non sono altro che macchine senz’anima, senza sentimenti. Chiunque però abbia vissuto con un animale – sia esso un cane, un uccello o persino un topo – sa che questa teroria è una sfacciata menzogna, inventata per giustificare la crudeltà”: questo breve brano di Isaac Bashevis Singer  costituisce solo una perla della collana che David Ciolli ha pazientemente forgiato per chiunque voglia meditare sulla posizione dell’essere umano nel contesto del pianeta e dell’intero universo. Non è infatti una raccolta di citazioni esclusivamente dedicate agli interrogativi sull’opportunità o meno di consumare – e di sperperare – carne di esseri viventi e senzienti, ma più ampiamente si occupa dei presupposti e delle conseguenze del divieto biblico di usare violenza contro altre creature, più o meno simili a noi. Da qui il titolo (“Quinto non uccidere”) e il sottotitolo (“Aforismi e riflessioni per un mondo migliore”) del volume edito dalla raffinata casa  editrice Petite Plaisance (Pistoia, 2010, pp. 159, euro 8,00).
    Il divieto è biblico, ma nessuna dell tre grandi religioni monotesitiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo) ne ha tratto per intero e con coerenza le implicazioni: esse, infatti, hanno non solo tollerato, ma addirittura esaltato come manifestazione di adorazione del Creatore ogni genere di carneficina, spesso a danno di altri uomini, sempre anche a danno degli altri animali. Sarebbe motivo di riflessione approfondita capire perché sono state, invece, le religioni estranee alla rivelazione del Libro (induismo e buddhismo in primis) a coltivare un atteggiamento di rispetto, di delicatezza, di nonviolenza nei confronti di tutto ciò che respira e palpita. D’obbligo, in proposito, almeno un breve richiamo a Gandhi: “Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto a uccidere”.
      La globalizzazione in atto è anche da questa angolazione un fenomeno ambiguo: può indurre l’Occidente a esaminare ed eventualmente interiorizzare certi tratti della saggezza orientale, ma può  - ugualmente – indurre l’Oriente a recepire, insieme ad alcuni principi validi di noi occidentali, anche gli aspetti deteriori della nostra civiltà. L’obiettivo delle persone riflessive, dell’una e dell’altra tradizione, dev’essere dunque di lavorare ad una sintesi nuova, inedita, sempre perfettibile, che lasci cadere nell’oblio della storia le stupidaggini e le crudeltà prodotte in ogni area del mondo. Se ciò non avverrà, se l’omologazione si realizzarà al ribasso, avremo come modello antropologico unico l’uomo mcDonaldizzato: un animale affamato di carne, che neppure sospetta quanta sofferenza ci sia a monte del suo panino e quanti danni l’uso abituale della carne apporta al suo stesso organismo. Con questo andazzo, diventerà sempre più vera dell’anonimo citato da Ciolli a p. 49: “La prova più sicura che esistano forme di intelligenz nel’universo è data dal fatto che on hanno mai tentato di contattarci”.
     Da mia madre a decine di altri conoscenti ho ascoltato tante volte l’obiezione di fondo a ogni timida apologia del vegetarianesimo: “Ma se da sempre gli uomini abbiamo mangiato animali, perché alcuni di voi volete nuotare contro corrente?”. Nonostante le apparenze, l’obiezione non è inossidabile. Intanto perché, anche se ci riflettiamo poco, siamo la prima generazione nella millenaria storia dell’umanità che consuma carne animale non occasionalmente (per le due o tre feste più importanti dell’anno) bensì quasi quotidianamente. E, comunque, anche se davvero l’intera umanità fosse, da sempre, carnivora in maniera così straripante e devastante come oggi, ciò non costituirebbe un argomento valido: come sosteneva Bertrand Russel (qui ripreso a p. 49) “il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa non è affatto una prova che non sia completamente assurda. Infatti, a causa della stupidità della maggioranza degli uomini, è molto più probabile che un giudizio diffuso sia sciocco piuttosto che ragionevole”.  Ci sono idee che aprono prospettive future alle quali le masse sia adeguano solo con molta fatica e dopo molti secoli.  All’inizio sono alcune intelligenze superiori fanno da battistrada, da profeti. Nel caso del vegetarianesimo, non sarà del tutto casuale se esso è stato adottato da personaggi non proprio insignificanti come Ippocrate, Plutarco, Pitagora, Platone, Seneca, Leonardo da Vinci, Newton, Pascal, Voltaire, Rousseau, Goethe, Darwin, Wagner, Freud, Gandhi, Tolstoj, Einstein, Twain, Kafka, Beranrd Shaw, Russell, Martin Luther King…nonché dalla mia amica Giusi Santagati. Che non è (ancora) famosa come gli altri, ma che da molti anni mi testimonia con testarda coerenza la sua opzione etica, sospingendomi silenziosamente a transitare dalle fila affollate dei credenti nel  vegetariamensimo nella schiera, meno numerosa, dei praticanti.
   Due notazioni in margine. Utile, alla fine, la rassegna dei profili biografici degli autori antologizzati. Ancora più utile sarebbe stato un elenco delle fonti testuali da cui sono tratti i brani citati: in mancanza del quale l’attendibiltà delle frasi, del tutto estrapolate dal contesto, è notevolmente ridotta.


          Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 11 giugno 2013

Don Puglisi all'Augustinianum di Roma: Kocci sul convegno organizzato da p. Giuseppe Caruso

Alcune settimane fa vi avevo invitato a un convegno presso il pontificio istituto patristico di Roma ("Augustinianum") sulla figura e l'opera di don Pino Puglisi.
Oggi vi segnalo il link all'articolo del bravissimo Luca Kocci su "Adista" che riassume, in maniera sintetica ma esauriente, quel momento significativo: abbiamo cercato di evidenziare il significato "cattolico" (in greco: "planetario") del martirio di don Puglisi.

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sabato 8 giugno 2013

GIORNALISTA E FILOSOFO: E' POSSIBILE?


“Centonove”
7 giugno 2013-06-06

GIORNALISTA E FILOSOFO?

    E’ possibile essere un filosofo e un giornalista insieme? La stragrande maggioranza dei filosofi lo esclude. E, per ragioni opposte, lo nega anche la stragrande maggioranza dei giornalisti. Nel suo ultimo libro, come al (suo) solito brillante nella forma e documentato nei contenuti, Davide Miccione (La vita commentata. Una interpretazione dei Glosari di Eugenio D’Ors, Bonanno, Acireale – Roma 2012) risponde, invece, che non solo si può essere pensatori e  pubblicisti: per molti versi, lo si deve. O li si dovrebbe essere.
   Ma procediamo con ordine. E innanzitutto: chi è, o meglio chi era, Eugenio D’Ors? Confesso che, prima di avere in mano questa acuta e gradevole monografia, non ne avevo sentito neppure il nome. Scorrendone le prime pagine ho appreso che si tratta di un catalano nato nel 1882 e morto nel 1954, appassionato redattore di una rubrica giornalistica (i “Glosari”) apparsa, quasi quotidianamente, per decenni, prima in catalano e poi in spagnolo. Al silenzio tombale caduto su di lui nella cultura europea non sono stati certi estranei né il suo conservatorismo filo-franchista né le sue prese di distanza teoretica da alcuni mostri sacri conterranei (come Unamuno o Ortega y Gasset): ma, a giudizio di Miccione, queste sue posizioni politoco-intellettuali, discutibili e discusse, non giustificano la rinunzia a riprendere molti passaggi del suo insegnamento e della sua testimonianza. Quali in particolare?
     Senza pretesa di esaustività ne segnalo alcuni che mi hanno colpito particolarmente.
     Innnzitutto il genere letterario preferito: la glossa, la nota in calce alla cronaca, l’articolo-elzeviro con cui “D’Ors affronta e tenta una risoluzione dei problemi che l’arte, la storia, il pensiero della sua epoca gli pongono. Sta all’interprete cercare il bandolo della matassa, dirimere e raccogliere i testi che spieghino con esattezza il pensiero orsiano. Facile perdersi. Ma ancora più facile far finta di aver trovato la strada” (p. 23). Infatti, raccolti in poderosi tomi, questi pezzi giornalistici un’opera “apparentabile a prima vista a un enorme zibaldone leopardiano, a un Dizionario filosofico volteriano che, espandendosi, abbia smarrito l’ordine alfabetico, oppure a una raccolta della Fackel, in chiave dandy, svagata e rabbonita” (pp. 22 – 23). Con questa opzione D’Ors punta su una fiosofia che non mira al sistema, bensì al frammento: o, se si preferisce, che approda a un “antisistematico sistema” (p. 19).
    La scelta del genere letterario della “glossa” (Anders la definirebbe “un ibrido incrocio tra metafisica e giornalismo”) esprime un’idea più radicale sulla filosofia come sguardo “al mondo nella sua totalità ma anche nella sua frastagliata e accidentata singolarità” (p. 55) . Come “andirivieni” fra il particolare e l’universale, l’occasionale e il perenne. Con questa dialettica, la filosofia prova a rispettare e riprodurre il  rapporto, più in generale,  fra ragione e vita: ciascuna delle quali perderebbe senso senza l’altra, perché la ragione assolutizzata si riduce a forma vuota e la vita, abbandonata a sé stessa, scade nel caos. E, salvaguardando i diritti della ragione e della vita, la filosofia salva se stessa dall’irrilevanza pubblica cui sembra condannarla quell’accademismo di maniera che la riduce   “a  fare meditazioni su meditazioni, a elaborare libri sopra i libri” (p. 80). Che non sia destinata a salvare anche il giornalismo, nato come scopritore di notizie e destinato  - nell’epoca dell’iperinformazione – a sopravvivere solo come selezionatore delle notizie e interprete del significato meno apparente di ciò che i media si limitano a registrare in tempi sempre più stretti?

Augusto Cavadi

giovedì 6 giugno 2013

Breve introduzione alla politica (IV): pregi e ambiguità del riformismo


“Madrugada”
Giugno 2013

                                    Le vittorie di Pirro del riformismo

    Non so se vedo bene, ma pare che nell’esistenza dei singoli come nella storia delle società si passi  - solitamente – dalla voglia di rivoluzione giovanile alla rassegnata conservazione senile.  E nel mezzo? Nella piena maturità, quando sono tramontate le illusioni ma resiste  qualche brandello di speranza, si opta per il  riformismo. Il secolo XX ha costituito, in proposito, una lezione tragicamente eloquente: il comunismo sovietico (ferocemente averso ad ogni ipotesi riformista) non è arrivato neppure a sé stesso, fermandosi alla fase transitoria del socialismo “reale”, ma – secondo lo storico marxista Eric Hobsbawm - è servito, fungendo da spauracchio, a costringere i governi dei Paesi liberaldemocratici a dare un volto “sociale” allo Stato (Welfare State). Insomma, ha giovato ai proletari del mondo più dove non si è insediato che dove ha raggiunto l’egemonia. Così, in questo primo scorcio di XXI secolo, è sempre più difficile imbattersi in progetti rigidamente statalisti o altrettanto rigidamente liberisti: a parole il riformismo socialdemocratico (o, se si preferisce, liberalsocialista) è deriso da destra e da sinistra, ma nei fatti è praticato sia in Stati ufficialmente social-comunisti (Cina e, in parte, Cuba) sia in Stati ufficialmente liberal-capitalisti (come gli USA e, in parte, la Gran Bretagna).
    Tutto bene, allora? Possiamo guardare con fiducia al futuro del pianeta, gloriosamente in marcia verso un saggio equilibrio fra tradizione e rinnovamento, fra le ragioni della conservazione e l’aspirazione al nuovo? Le cose starebbero così se il successo del riformismo non equivalesse, per troppi versi, a una vittoria di Pirro. Tutti riformisti, nessun riformista. Già la parola “riforma” contiene un’ambiguità semantica ineliminabile. Essa, infatti, significa “mutamento della forma”: ma ognuno, poi, intende a modo suo sia “mutamento” che “forma”.
     Ri-formare significa dare a una struttura organizzativa, istituzionale (come uno Stato o una Chiesa) una forma diversa rispetto alla attuale: ma “diversa” può significare inedita, interamente nuova,  e può significare originaria, antica e perduta. C’è una bella differenza tra ri-formare lo Stato in senso progressivo, con le opportunità e  i rischi della sperimentazione, e ri-formarlo in senso restaurativo, con la volontà di restituirlo a una fase storica precedente (che in Italia potrebbe essere il 1948 per alcuni, il 1922 per altri, il 1861 per altri ancora).
     Il quadro si complica ulteriormente a seconda del significato secondo cui ogni attore politico intende la categoria “forma”. Nella storia del pensiero occidentale essa infatti oscilla fra due accezioni profondamente diverse: la forma come configurazione esteriore, apparenza fenomenica, e la forma come essenza intima, struttura ontologica. E’ nel primo senso che la intendiamo quando affermiamo che “Non è una questione di forma, ma di sostanza”; mentre, nel secondo senso, meno comune ma più fedele al linguaggio filosofico, la forma  - lungi dall’identificarsi con la pura formalità – è un altro nome per dire la sostanza di un ente o di una questione.
     E’ facile intuire, a questo punto, che l’etichetta “riformismo” copre progetti socio-politici assai differenti. C’è chi accetta le ri-forme settoriali per preservare intatta – proprio attraverso il maquillage della forma esteriore - la forma costitutiva  dell’assetto sociale, la struttura portante dello status quo; e c’è chi intende le ri-forme settoriali come tappe graduali di un processo mirante a mutare la forma della società nel senso radicale, la sua logica immanente e propulsiva. Martin Lutero, formato al vocabolario della Scolastica medievale, sapeva cosa metteva in gioco quando, sotto la bandiera della “Riforma”, lottava per una rifondazione della Chiesa, per un ripristino del suo DNA costitutivo; per le stesse ragioni  (ma da un’ottica opposta) Papa Giovanni XXIII, non immemore del significato impegnativo del semantema “riforma”, ha preferito adottare il vocabolo, molto meno scardinante, di “aggiornamento” per designare l’obiettivo del Concilio ecumnico Vaticano II.
      Per questo intreccio di significati, “riformismo” oggi rischia di denominare molte posizioni e il contrario di esse. L’uso retorico del vocabolo serve ai partiti per pescare voti a destra e a manca: a destra, per rassicurare che non si vuole operare nessuna rivoluzione massimalista; a sinistra, per rassicurare che non si vogliono mantenere intatti privilegi, ingiustizie e sperequazioni. Perciò occorre, come quando si acquista la marmellata al supermercato, fare lo sforzo di andare a leggere gli ingredienti in caratteri minuscoli: vuoi le riforme? Anch’io. Non sono così stanco da arrendermi alla condizione attuale del mondo né, d’altra parte, così infantile da pretendere  “tutto e subito”. Al “niente e mai” dei conservatori soddisfatti preferisco di gran lunga il “tutto a poco a poco” dei realisti  insoddisfatti. Ma prima di affiancarmi alla tua impresa, ho l’esigenza che mi spieghi quali riforme vuoi: perché non ogni cambiamento, settoriale o complessivo,  è positivo solo perché è cambiamento (così, solo per un esempio non del tutto casuale, non ogni riforma costituzionale potrebbe trovarmi favorevole: e più si presentasse come radicale, più susciterebbe la mia vigilanza critica).  L’inganno è dietro l’angolo, è raro che il più oscuro reazionario si presenti come contro-riformista: preferirà dichiararsi riformista al quadrato, propugnatore della riforma delle riforme precedenti. Insomma, il riformismo vale quanto vale lo scenario generale di società verso cui procede passo dopo passo: un abisso separa il riformismo temporeggiatore dei moderati (che, secondo l’ultracitata massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vogliono cambiare tutto con l’intento che non cambi nulla) dal riformismo strategico di chi vuole mutare l’identità stessa di un sistema per portarlo, secondo le preferenze soggettive, molto avanti o molto indietro nel percorso della storia.  
     Le disavventure dell’ideale riformista hanno indotto Graziella Priulla, in uno dei suoi testi più recenti, a  proporre una sorta di moratoria nei discorsi pubblici e nella stessa prassi politica: “In un Paese dove i controlli sono sostanzialmente affidati alla sola azione penale, sarebbe logico attuare il controllismo prima del riformismo. A che servirà l’ennesima miniriforma inapplicata? Sul lavoro, sulla pubblica amministrazione, sulla finanza ne abbiamo già viste tante” (Riprendiamoci le parole. Il linguaggio della politica è un bene pubblico, Di Girolamo, Trapani 2012, p. 98).  Parafrasando Pascal, insomma, si potrebbe dire che le buone riforme ci sono state tutte: si tratta adesso di metterle in pratica.

                                                    Augusto Cavadi
                                        (www.augustocavadi.com)

lunedì 3 giugno 2013

Subito dopo le vacanze filosofiche per non...filosofi, la seconda Festa nazionale della filosofia di strada


Care e cari, 
    come ho comunicato a suo tempo (e potete ancora visionare su questo stesso blog cercando "vacanze filosofiche"), dalla cena del 24 agosto 2013 al pranzo del 30  sarà possibile partecipare alle Vacanze filosofiche per non...filosofi a Leonessa (sui Monti Sibillini, versante Lazio). Dalle ore 18,00 del 30 agosto (venerdì) alle 18,00 del 1 settembre (domenica) sarà possibile partecipare anche alla seconda Festa nazionale della Filosofia di strada ad Amandola (sempre sui Monti Sibillini, versante Marche). La distanza di circa 100 km si percorre in poco meno di due ore.
  Comunque, per tutti, anche per chi non volesse/potesse partecipare alla prima fase, è possibile aderire alla seconda proposta:
 

FILOFEST  2013
“Osare il varco”
Seconda edizione della Festa Nazionale della Filosofia di Strada       Amandola e Smerillo, 29/30/31 agosto/1 settembre 2013

Giovedì 29 agosto
11.00/12.00: (Ascoli Piceno, Fondazione CARISAP)
Conferenza stampa aspettando il Festival
19.00/20.00: (Fermo, Sala dei Ritratti)
Conferenza stampa aspettando il Festival
21.00/22.00: (Fermo, Sala dei Ritratti)
Aspettando il Festival
-       Osare il varco
conducono Augusto Cavadi e Cesare Catà
Venerdì 30 agosto
18.00/20.00: (Amandola, lago di San Ruffino, presso Osteria del Lago)  
-       Apertura della Festa
-       Passeggiata meditativa sul lago e aperitivo musicale sotto le stelle
“Filo-so-fare…camminando”
conduce Augusto Cavadi
Accompagnamento musicale con musica celtica ed arpa con Roberta Pestalozza , Ludovico Bartolozzi, Samuele Ricci e Andrea Alessandrini.
Durante  la passeggiata filosofica aperitivo offerto dalle Cantine “Poderi dei Colli” di Montalto Marche con degustazione dei vini (www.poderideicolli.it); l’Azienda Agricola “Fontegranne” offrirà stuzzichini con prodotti biologici di propria produzione (www.fontegranne.it).
Possibilità di cenare, al ritorno dalla passeggiata filosofica,  presso l’ Osteria del Lago con degustazione di piatti tipici caserecci. Menù fisso al costo di € 20.00 E’ gradita la prenotazione (0733-660477, www.dimensionenatura.org).
 
Sabato 31 agosto
9.00/10.30: Colazioni filosofiche
·      Hotel Paradiso, Amandola: “Alle soglie dell’esistenza” 
 conduce Luisa Sesino

·      La Querceta di Marnacchia, Amandola: “Come aprire la porta tra le stanze del pensiero e il salone del desiderio”                                                                         conduce Neri Pollastri

·      Osteria del lago, Lago di San Ruffino, Amandola: “La franchezza nel parlare: i labili confini della sincerità”                
          conduce Maria Luisa Martini

·      Gran Caffè Belli, Piazza Risorgimento, Amandola:  “Dalla paura dell’altro alla contaminazione”                                      
          conducono Anna Colaiacovo e Silva Fallavollita

·      La Conca, Smerillo: “Confondere i confini del sapere”                   
conduce Pier Paolo Casarin


-       Le colazioni filosofiche partiranno solo con un minimo di 5 prenotazioni.
-       Il prezzo delle colazioni per gli esterni alle strutture ospitanti è di 3 euro.


11/13: (Amandola, Auditorium Vittorio Virgili)
11/11.30
      -  “La filosofia nel cammino dell’uomo”
      Gaspare Mura a colloquio con giornalisti
11.30/13.00:
-       “A chi urlo il mio dolore? Sento solo l’eco del silenzio”
     Enrico Garlaschelli  intervista Gaspare Mura

11.00/16.00: (Amandola, lago di San Ruffino, presso l’Osteria del Lago)
       Philosophy for children: la filosofia per i bambini
-         11/11.30: La Philosophy for children spiegata agli adulti
-         11.30/12.30: La Philosophy for children praticata con i bambini
conduce Pierpaolo Casarin.
 Durante la Philosophy for children  animazione gratuita con gli asinelli, i pony e i clown terapeuti.  Sarà possibile pranzare presso l’adiacente Osteria del Lago o fare un pic - nic sulle rive del lago stesso.
11.30/13.00: (Smerillo)
-       Filosofia per le imprese e le organizzazioni  nella strettoia economica
conduce Neri Pollastri

                
16.00/17.30:  (Smerillo, Sala Polifunzionale) 
-       Al confine tra filosofia occidentale e buddismo. Meditazione laica
conduce Luigi Lombardi Vallauri

18.00/18.15: (Smerillo, Sala Polifunzionale)
    - I passaggi dell’io nella metafora della montagna – video con  presentazione del fotografo  Giorgio Tassi

18.30/20.30: (Smerillo, Sala polifunzionale)
-       Il divino è nelle cose finite: senza limite è la terra?
Per spiare oltre i nostri confini
Confronto fra Roberto Mancini e Duccio Demetrio, moderatore Neri Pollastri

-       Cena su prenotazione presso il ristorante Le Logge di Smerillo con concerto d'arpa della cantautrice Roberta Pestalozza, prezzo 20 euro (incluse bevande e dolci). E' gradita la prenotazione (0734 79129, www. ristoranteleloggie.it )
-       Durante la giornata di sabato i centri storici di Amandola e Smerillo ospiteranno artisti di strada che si esibiranno lungo le vie e nelle piazze dei paesi.
-       Ad Amandola possibilità di visita guidata su prenotazione offerta dall’associazione culturale Dinos
-       A Smerillo possibilità di visita guidata su prenotazione al Museo di Arte Contemporanea di Smerillo “MACS” e al Centro di Educazione Ambientale e al Museo dei Fossili


Domenica 1 settembre 
9.00/10.30:
·      Hotel Paradiso, Amandola: “L’enigma del volto” 
conduce Luisa Sesino

·      La Querceta di Marnacchia, Amandola: “Il
passo della politica, al confine tra libertà e legame”
conduce Neri Pollastri

·      Osteria del Lago, Amandola: “Essere un soggetto autonomo: i labili confini della fiducia in sé”                                                                  conduce Maria Luisa Martini

·      Gran Caffè Belli, Piazza Risorgimento, Amandola: “La nave dei folli”
 conduce Augusto Cavadi

·      La Conca, Smerillo: “Abitare la distanza”     
conduce Pier Paolo Casarin

11.00/12.30: (Amandola, Auditorium Vittorio Virgili)
-        “La consulenza filosofica personale”
 conducono Neri Pollastri e Luisa Sesino
11.00/12.30: (Amandola, Hotel Paradiso)
-       La dimensione spirituale della vita filosofica
 conducono Augusto Cavadi e Maria Luisa Martini
16.00/17.00: (Amandola, Auditorium Vittorio Virgili)
Agorà conclusiva  aperta a tutti
-       Presentazione del trimestrale “Diogene. Filosofia per tutti”
conduce il Direttore Mario Trombino
-       verifica dell’esperienza e proposte per il futuro
conducono il Direttore Culturale FiloFest Augusto Cavadi e il direttore didattico Wega Filippo Sabattini





Info:
Associazione WEGA
martedì e giovedì 0736.396128
          tutti i giorni  3343004636

info logistiche sul territorio
Pino 3332163287 o 0736.848099

Nel sito www.vacanzesibillini.it  è possibile vedere le schede di tutte le strutture ricettive del territorio con i prezzi delle camere, comprese quelle dove si svolgeranno le colazioni filosofiche:
Countryhouse la Querceta (Amandola)
Osteria del lago (San Ruffino)
Hotel Paradiso (Amandola)
La Conca (Smerillo)

prenotazioni
Wega 0736.396128  (martedì e giovedì)
Domenico 334.300.46.36   
Pino 333.216.32.87