“Repubblica – Palermo”
17.7.2013
IL LICEO ACCHIAPPAVOTI PAGATO DAI
CONTRIBUENTI
Con la chiusura
delle amministrazioni provinciali entrano in bilico delle istituzioni a esse
collegate. Per esempio, nella provincia di Palermo, le sei sedi del Liceo linguistico: cinque (tra Palermo,
Cefalù e Terrasini) passeranno sotto la giurisdizione dello Stato – come per
altro tutte le scuole italiane – mentre una sesta, ad Alimena, pare destinata a
scomparire. Cento docenti precari sono dunque a rischio di disoccupazione e ciò
non può rallegrare nessuno. Ma, per un giudizio più oggettivo, bisognerebbe
contestualizzare i dati: si potrebbe arrivare alla conclusione che, riciclati
in qualche maniera i precari attuali, la dismissione degli istituti scolastici
dipendenti dalla Provincia sia un passo avanti verso la legalità democratica.
Nel 1973,
infatti, l’amministrazione provinciale (saldamente in mano agli andreottiani)
bandì un concorso per esami e titoli allo scopo di selezionare gli insegnanti
del neonato Liceo linguistico. Centinaia di laureati, non tutti giovanissimi,
spesero tempo e soldi per i documenti necessari a corredare la domanda di
partecipazione al concorso pubblico, ma quindici giorni prima della data
fissata furono raggiunti a casa da un lapidario telegramma: “Data degli esami
rimandata. Seguirà avviso col
nuovo calendario”. Poiché
dopo molti mesi questo avviso non arrivava, il quotidiano della sera
palermitano uscì con un titolo in prima pagina (cito a memoria): “L’imbroglio
del Liceo linguistico: assunti gli insegnanti per chiamata diretta”. Dal giorno
dopo, però, lo stesso “L’Ora” silenziò lo scandalo. Alcuni candidati allora si
rivolsero - ci rivolgemmo – alla
magistratura, ma uno dei vertici del Palazzo di giustizia ci spiegò in via
amichevole che “non era possibile avviare delle indagini perché sarebbe esploso
un terremoto politico”. Infatti gli andreottiani avevano seguito il saggio
criterio di Salvo Lima (“Quando la pentola bolle, deve bollire per tutti”) e,
con in mano il “Manuale Cencelli”, aveva distribuito le cattedre rispettando
puntualmente la scala dei risultati elettorali (dal PCI al MSI, senza
dimenticare nessuno).
Dopo alcuni anni di questo regime
di prorogatio indefinita, qualche docente in servizio chiese
pubblicamente – per ragioni deontologiche - che si regolarizzassero le assunzioni mediante il concorso
invano promesso: inutile dire che colleghi precari e sindacati di ogni colore
insorssero verso il docente troppo scrupoloso: o era folle o aveva in mente chi
sa quali piani diabolicamente eversivi…Che uno volesse occupare un posto di lavoro
non per raccomandazione, ma per merito, veniva considerato (veniva ?) un evidente segno di inaffidabilità
pedagogica: cosa avrebbe potuto insegnare ai suoi alunni un tipaccio del
genere?
Ma - qui il nodo
della questione – perché la Provincia ha potuto gestire in maniera
clientelare (oggettivamente
clientelare, il che non implica nessun giudizio sulla professionalità dei
singoli insegnanti) , per ben cinquant’anni, una rete di scuole? Perché esse hanno
costituito un monstrum giuridico:
istituti privati finanziati da soldi pubblici. In quanto interni al regime
privatistico, non sono stati obbligati a seguire nessuna graduatoria (né per i
bidelli né per il personale amministrativo né per i docenti né per i presidi),
esattamente come qualsiasi altra scuola privata (religiosa o aconfessionale).
Ma, dal momento che nessun assessore o consigliere provinciale investiva denaro
di tasca sua, tutte le spese -
comprese quelle per gli stipendi, comparativamente più elevati rispetto agli
omologhi statali, e per molti viaggi d’istruzione degli alunni – sono state a
carico del patrimonio pubblico. Insomma, al solito: guadagni dei privati (in
questo caso in termini di consenso elettorale) e perdite (finanziarie) da parte
della collettività. Forse mi sbaglio (e sarei contento che qualcuno mi
correggesse con argomenti convincenti), ma la notizia che la Provincia di
Palermo (come, per altro, altri enti locali in tutto il Paese) smetta la
carriera troppo comoda di imprenditore di cultura - sulle spalle di ignari contribuenti – non mi sembra
tra le più dolorose di questo periodo.
Augusto Cavadi