domenica 19 luglio 2026

LE CENTO FACCE DEL POLIEDRO NONVIOLENZA

 Ciò che è noto rimane sconosciuto, pensava il vecchio Hegel. La “nonviolenza” ne è una lampante conferma: nel 99% dei casi chi ne parla (per esaltarla o per deriderla) non ha mai letto una riga di suoi esponenti storici perché è convinto, in buona fede, che non ci si nulla da sapere oltre ciò che si ripete dovunque e per lo più. A costoro, che presumono senza neppure sospettare di pre-assumere, possono riuscire istruttivi testi agili, ma rigorosi, come il volume a più voci, Poteri e nonviolenza. Organizzare la speranza (Nerbini, Firenze 2026, pp. 144, euro 14,00).

La chiave di lettura dei vari contributi è offerta in Prefazione da Massimo Ferré e Franco Dinelli. Essi intendono rispondere a due domande principali: «come si caratterizza oggi il potere» e «quale risposta nonviolenta può esercitare ogni persona» (p. 5).

In ambito politico, osserva Ferré, si registra una «crisi della democrazia» sintetizzabile nel dato, reso manifesto da Trump, che «la politica ha smesso di credere nel valore contingente della democrazia (…) per usarla a favore di una ristretta cerchia di oligarchi globali» (pp. 11 – 12). Ciò è potuto verificarsi perché, dopo la Seconda guerra mondiale, «ci si è illusi che il regime democratico della coesistenza dei molti diversi tra di loro fosse diventato anch’esso, come il mercato, una sorta di stato naturale dell’umano – con la conseguenza di pensare che bastasse replicarne le procedure per custodirlo nel suo nocciolo duro» (p. 11). La nonviolenza non solo si propone di curare questa patologia della democrazia, ma può vantare negli ultimi decenni dei risultati oggettivi che Laila Simonelli richiama rapidamente nel suo contributo su La nonviolenza motore di partecipazione democratica: da pratiche partecipative nella gestione di enti locali (pp. 18 – 19) a leggi varate dal Parlamento nazionale (pp. 15 – 18) sino a risultati planetari ottenuti, «pur con tutti i limiti e le crisi profonde», da varie «istituzioni internazionali» (p. 21).

Che cosa abbia fatto, stia facendo e possa fare in futuro la nonviolenza in ambito economico è ricordato, in pagine che meriterebbero adeguato ampliamento, da Giuliana Martirani - che disegna un percorso «dalla razionalità alla ragionevolezza per arrivare ai Beni Comuni» (p. 26) – e da Matteo Prodi che, anche sulla base di esperienze personali, evidenzia come «le cooperative sociali di comunità» possa rivelarsi «una buona pratica da considerare per costruire percorsi nonviolenti» (p. 31).

Del ruolo della nonviolenza in ambito tecnico si occupano Sergio Bellucci e massimo Serio. Il primo invita a soppesare in tutta la sua gravità la trasformazione epocale in atto: nel «Digitalismo, la formazione socioeconomica che sta soppiantando quella capitalistico/industriale», il potere «non si esercita più solo attraverso il controllo dei mezzi di produzione», ma anche e soprattutto «attraverso il dominio dell’informazione, dei dati, di un accumulo conoscitivo dei data center, dei microprocessori neuromorfici e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale» (p. 33). A questa nuova forma di oppressione la nonviolenza può rispondere attivando almeno tre percorsi: «educazione alla sovranità digitale», «design etico e tecnologie conviviali» e «governance partecipativa del capitale conoscitivo» (pp. 35 – 36). In sostanziale sintonia con Bellucci, Seri individua nella «eticità (finalizzazione di bene)» e nella «universalità dei risultati» i «due capisaldi necessari» per «arginare il rischio che la tecnica diventi strumento di “violenza”, intesa come offesa in generale della dignità delle persone» (p. 39).

L’ambito militare, proprio perché sembrerebbe lo spazio privilegiato per la nonviolenza, è anche il più fitto di insidie. Infatti molti si accontentano di ideali “pacifisti” – s’intende di perseguire stadi di assenza di guerre – mentre, come ricorda nel suo contributo Pasquale Pugliese, la “violenza della guerra” presuppone una “economia di guerra” (“progressivo aumento delle spese militari” e “riconversione al contrario dell’industria”) ed entrambe presuppongono una radice ancora più nascosta: il potere «culturale, che si manifesta nei dispositivi formativi e informativi che hanno lo scopo di legittimare e giustificare tutta la filiera della guerra» (pp. 42 – 43). Tali dispositivi ideologici ruotano intorno a due «cardini»: «il primo è l’irrazionale e obsoleto mantra secondo il quale per avere la pace bisogna preparare la guerra»; «il secondo è il doppio standard etico, secondo il quale un omicidio è un omicidio, ma moltiplicato per migliaia o milioni di omicidi si chiama vittoria o, addirittura, pace» (p. 44). Cosa fa in concreto chi pratica la nonviolenza per sostituire la lotta armata contro gli aggressori? Sia pur a rapide pennellate risponde alla domanda Valentina Bartolucci rievocando casi di “resistenza civile” (sia come “non-condizionamento” sia come “lotta organizzata” sia come “resistenza morale”) (pp. 49 – 51) e casi storici in cui la nonviolenza è stata non soltanto resistenza, ma anche «costruzione, paziente e quotidiana, di percorsi di pace» (pp. 51- 53). Affinché le esperienze pregresse addestrino alla gestione dei conflitti attuali e futuri, la nonviolenza deve diventare «competenza educativa» convinta e capillare attraverso l’educazione delle «nuove generazioni a leggere i conflitti come opportunità di trasformazione e a diventare cittadini capaci di scegliere, ogni volta, la via più difficile ma più feconda, quella della pace» (pp. 53- 55).

Se la violenza esercitata dagli esseri umani riguarda anche il mondo animale e vegetale, la nonviolenza non può non attrezzarsi anche nell’ambito ecologico. Questo versante è lumeggiato sia da Chiara Tintori che da Roberto Maier. La prima si concentra su «tre coppie di polarità»: il «consenso» sulla oggettività della crisi ambientale ostacolato dal «dissenso» costituito dal «negazionismo» (p. 58); la «transizione» (dall’ «utilizzo di fonti fossili» verso «fonti di energia rinnovabili») che non «potrà essere duratura senza una conversione ecologica, cioè senza riscoprire i fondamenti etici delle nostre scelte» (p. 59); la «ecologia integrale» contrastata dall’avanzata su tutto il pianeta del «nazionalismo» (una sorta di «individualismo di massa») (pp. 59 – 60). Il secondo autore si sofferma in particolare sulla differenza nell’approccio all’ecologia da parte di papa Benedetto XVI (che «faceva derivare la cura per la natura dalla creaturalità») e di papa Francesco (che, operando «una sorta di sospensione della cosmologia cristiana», preferisce insistere sulla «generatività del dialogo e la sete di giustizia» (pp. 62 – 63).

Prima, durante e dopo che nei campi di battaglia, le guerre si combattono nella sfera dei mezzi di informazione. Come ricorda Lucia Capuzzi, la narrazione dominante si basa sul dogma della inevitabilità della guerra, al quale si oppone infantilmente «una contro-propaganda basata su slogan, luoghi comuni, buone intenzioni e ottimismo ingenuo», laddove il vero antidoto sarebbe smascherare la guerra e mostrarla per ciò che è: «una decisione deliberata, frutto di una serie di cause e portatrice di conseguenze» (pp. 68 – 69). Anche in questo ambito l’educazione è irrinunciabile. E Marco Pietro Giovannoni evoca, rapidamente, alcuni modelli pedagogici mediante i quali «le persone possano riconoscere e trasformare rapporti di potere, linguaggi, strutture e abitudini che ostacolano la libertà di giudizio» (p. 70): la «conoscenza come emancipazione» («la lezione di Barbiana»); «la creatività come pratica democratica» («la lezione di Mario Lodi»); «il metodo maieutico reciproco» («la lezione di Danilo Dolci») (pp. 71 – 72).

Una sezione del volume è dedicata all’ «ambito cultura e memoria». Sergio Tanzarella mostra, con varie esemplificazioni (a partire dalla Prima guerra mondiale), come la storiografia dominante sia intessuta di menzogne che solo uno studio serio può smontare, invitando il lettore a schierarsi dalla parte delle vittime. Ciò spiega perché «non solo i regimi totalitari del XX secolo, ma anche tutti i poteri che comprendono se stessi come dominio, anche se mascherati da democrazie (…) sanno bene quanto la storia sia innocua e come sia necessario occhiutamente controllarla per prevenire  ogni istanza di autonomia critica del pensiero, che è premessa necessaria della libertà» (p. 83). Gli studi storici occupano uno dei tanti campi in cui si può esercitare – come sostiene Pietro Domenico Giovannoni – l’azione liberatrice della nonviolenza in ambito culturale: attivandosi affinché «la cultura» (che, se ridotta a sistema chiuso e autoritario, può diventare uno strumento di riproduzione della violenza») possa, invece, diventare («quando viene vissuta non come trasmissione dogmatica, ma come occasione di apertura e confronto»)  «lo strumento più efficace per disinnescare alla radice i meccanismi della violenza, visibili e invisibili, espliciti o sistemici, individuali o collettivi» (pp. 84 - 85). Nessuna disciplina è inadatta a questo ministero di emancipazione: «attraverso la letteratura, la filosofia, l’arte, le scienze sociali e naturali, possiamo imparare a “guardare con occhi diversi”, a decostruire ciò che ci è stato insegnato come ovvio, a distinguere tra ciò che siamo e ciò che ci è stato detto di essere» (p. 85).

La nonviolenza non può ignorare neppure il vasto e contraddittorio ambito della religione. Se, come sostiene nelle sue pagine Francesca Forte, «la giustificazione della guerra non è affatto un fenomeno marginale nella storia delle religioni, in particolare nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’islam» (p. 89), oggi questa «dialettica violenza/religione» acquista una fisionomia specifica: «non solo per i fondamentalisti islamici ma anche per quelli cristiani negli Stati Uniti, che fanno riferimento al mondo “neo-con”, un’identità religiosa e culturale forte, con alla base una concezione antropologica precisa e definita che non lascia spazio alle insidiose ambiguità (di genere, di razza, di classe) post-moderne, rappresenta un elemento fondamentale su cui costruire un progetto politico» (p. 91). Una via d’uscita, secondo l’autrice, potrebbe trovarsi nelle parole di Paul Ricoeur: «Se le religioni vogliono sopravvivere dovranno saper rinunciare in primo luogo a ogni specie di potere che non sia la parola disarmata; dovranno far prevalere la compassione sull’aridità dottrinale; dovranno soprattutto – ed è la cosa più difficile – cercare nel fondo stesso dei loro insegnamenti quel surplus non detto grazie al quale ciascuno può sperare di raggiungere gli altri» (p. 92).

In un secondo contributo di questa sezione teologica Alessandro Cortesi entra un po’ più nel dettaglio delle indicazioni operative: «educare ad un pensiero ospitale» (accostando le Scritture con strumenti critici che ne evidenzino «il nucleo di appello ad un Oltre, ad una presenza divina che rende miti e in ascolto») (p. 96); «educare a relazioni dialogiche» (con l’altro riconosciuto «come uguale e diverso» per sventare «tutte le forme di de-umanizzazione che sono premessa alle violenze più efferate») (pp. 96 – 97); «educare ad un agire di cura» (in opposizione agli attuali «modelli economici che generano diseguaglianza e che uccidono») (p. 98).

Un’ultima sezione del poliedrico volume è dedicato all’ambito scuola. Antonio Mazzeo, storico esperto di queste tematiche e instancabile attivista, si occupa di lanciare l’allarme su vari indizi di «militarizzazione del sistema scolastico» (p. 99),  anche con esemplificazioni che non mi sono risultate convincenti  (ad esempio l’uso del registro elettronico, il voto in condotta o il divieto dei cellulari); Paolo Ragusa si concentra invece sulla pars construens, in particolare sulle indicazioni per declinare  «un’autentica esperienza di nonviolenza» in «competenza conflittuale» (p. 105).

Organizzare la speranza, a firma di Massimo Ferré, è il titolo della postfazione a questa interessante raccolta. Sulla base della constatazione che i movimenti nonviolenti, o più genericamente pacifisti, soffrono di varie «fragilità» («esistenziale», «organizzativa» e metodologica) (pp. 111- 113), l’autore riprende e rilancia le indicazioni operative di don Tonino Bello: «denuncia, annuncio, rinuncia» (p. 113).

Il volume, sino a questa post-fazione, si è srotolato su un registro “laico” (nell’accezione più bella di una qualità universale, pre-confessionale e pre-ideologica). Ma ai lettori più o meno interessati alla prospettiva evangelica viene offerto un «saggio finale» di Fabrizio Mandreoli: Logiche della pace, della guerra e del potere: appunti per una rilettura dei vangeli (p. 117). Sulla scia di Ivan Illich, l’autore esamina i processi convergenti che hanno snaturato la portata originariamente rivoluzionaria dell’ «amore» incarnato da Gesù di Nazareth, consentendo alle Chiese (la cattolica in primis) di agire comportamenti contraddittori rispetto alla postura del primo Modello. La conclusione, più o meno esplicita, la sintetizzerei così: la via del vangelo, come più in generale la nonviolenza di cui è una declinazione possibile, ha qualcosa di «folle» che provoca «turbamento» e «timore». Onestà vuole che la si respinga o che comunque la si dichiari inassimilabile al proprio modo di vedere e di vivere, non che si dichiari a parole di condividerla mentre, in realtà, la si modifica sostanzialmente sino a trasformarla nella parodia di sé stessa.

Augusto Cavadi

“Adista/ Segni Nuovi”

4.7.2026

 

 

1 commento:

Alessandro Cortesi ha detto...

Gent.mo, grazie per la bella e ampia recensione molto gradita. Con un caro saluto. Alessandro Cortesi