domenica 31 ottobre 2021

IN PRESENZA E ON LINE DAL 3 NOV. 2021 RIPRENDIAMO LE MEDITAZIONI DI SPIRITUALITA' LAICA DEL MERCOLEDI'

 IN PRESENZA E ON LINE DAL 3 NOV.  2021 RIPRENDIAMO 

LE MEDITAZIONI DI SPIRITUALITA' LAICA DEL MERCOLEDI'


Le nostre giornate - tra le faccende casalinghe, il lavoro, gli impegni associativi... - sono spesso intense, fitte di impegni. Talora questi ritmi ci rendono inquieti, insoddisfatti, nervosi. Perché non regalarci delle piccole pause giornaliere di silenzio, di riflessione, di contemplazione ? Solo la cecità produttivistica può farci ritenere questi momenti di sosta degli sprechi di tempo. 
Anche nella nostra "Casa dell'equità e della bellezza" di Palermo i Gruppi ospitati si riuniscono  per momenti di studio, di confronto, di progettazione socio-politica in ambiti diversificati...secondo il taglio specifico di ogni Gruppo. Ma una volta la settimana - ogni mercoledì dalle 18 alle 19.30 - vorremmo riprendere, dopo la pausa estiva, l'appuntamento delle meditazioni di spiritualità laica: non un impegno in più da aggiungere ai tanti che affollano già la nostra agenda, ma al contrario un non-impegno, uno iato, una parentesi di raccoglimento che vogliamo regalarci fuori da ogni logica attivistica e strumentale.
Poiché la pandemia da Covid-19 ci ha costretto, per due anni, a incontrarci solo via internet, da questo autunno riprenderemo non solo in presenza ma anche via zoom per dare alle amiche e agli amici, sparsi per l'Italia, la possibilità di continuare a collegarsi con noi.
Al momento siamo in grado di preannunziare i temi degli incontri di ogni primo mercoledì di ogni mese (vedi locandina sopra): per essere aggiornati sui temi degli incontri successivi al primo mercoledì di ogni mese si consiglia di seguire (meglio se iscrivendosi gratuitamente alla mailing list) il sito www.casadellaequitaebellezza.blogspot.com
Per chiarimenti e ulteriori informazioni potete scrivere ad a.cavadi@libero.it


sabato 30 ottobre 2021

I TRE VOLTI DELLA 'CURA': APPRENSIONE, TERAPIA, ACCOMPAGNAMENTO


 LA CURA MA CON…MISURA

 

Ci sono atteggiamenti esistenziali che appartengono a noi umani in maniera costitutiva: secondo qualche importante filosofo, tra queste propensioni tipiche dell’umano ci sarebbe la cura. 

Per dimostrarlo egli risale a un mito greco (che, come tutti i miti, non riferisce fatti di cronaca effettivamente accaduti, ma verità simboliche di valore perenne): la dea Cura impasta del fango appartenente alla Terra e plasma l’uomo (così chiamato perché viene dall’humus) e Giove gli infonde l’anima. Ma scoppia un litigio fra i tre dei: chi di loro sarà il proprietario dell’essere umano? La disputa è risolta con una sentenza salomonica di Saturno: alla morte dell’uomo, l’anima sarà di Giove; il corpo sarà restituito  alla Terra; ma – durante il corso della vita- l’uomo apparterrà alla Cura. 

Che significa essere caratterizzati strutturalmente dalla ‘cura’?

In una prima accezione la Cura è la radice di ogni angoscia. Nel dialetto siciliano – ma forse in altri dialetti si trovano espressioni simili – esortare qualcuno con “Un ti pigghiari cura !” significa “non aver timore”, “non inquietarti”. L’invito è affettuoso, ma poco efficace: la morte, la malattia, la sofferenza incombono sulla vita nostra, dei nostri cari, dell’umanità, degli altri animali. Possiamo compensare con altre considerazioni la nostra preoccupazione, ma sino a un certo punto: non azzerarla del tutto.

‘Cura’ è anche terapia in senso medico, sanitario: sia in relazione alle malattie fisiche che alle sofferenze psichiche (per altro reciprocamene imbricate). Questa seconda accezione è tanto inevitabile quanto bisognosa di essere arginata. E’ inevitabile perché le patologie non sono inventate, ma oggettive: Giovanni Jervis, collaboratore di Franco Basaglia, anni fa ha scritto un libro autocritico dal titolo enigmatico, Contro il relativismo. Si riferiva al pericolo di cadere nell’errore – in cui egli stesso dichiarava di esser caduto – di ritenere che i disturbi psichiatrici siano tali solo quando determinati comportamenti vengono etichettati così dalle convenzioni socio-culturali dell’epoca. (Chi sa cosa avrebbe detto oggi, se fosse stato vivo, di quei geni che, cattedratici di filologia romanza o lavoratori portuali, dichiarano che il covid-19 è solo un’invenzione giornalistica al servizio delle grandi multinazionali del farmaco e delle oscure trame dei governi antidemocratici…). Certo c’è un margine di relatività anche nella storia della medicina, ma entro paletti abbastanza solidi: di Jacques Lacan si racconta che, irritato dalla relazione con un paziente, a un certo punto sia sbottato con un “Ma Lei è pazzo per davvero!”. 

Pur se inevitabile, l’accezione medica del termine ‘cura’ va però maneggiata con prudenza. Da decenni, ormai, è in atto una medicalizzazione del disagio davvero esagerata: ci siamo abituati, senza tema di ridicolo, all’opinione che debba esserci una pillola o una fiala per ogni bambino particolarmente vivace o per ogni  anziano rattristato dall’idea di dover morire…Anche se meno diffusa per ragioni economiche, la tendenza si è estesa dall’ambito farmacologico all’ambito delle psicoterapie: anziché imparare a convivere con le nostre problematiche esistenziali, chiediamo a un terapeuta della psiche di liberarcene. 

Ecco perché è importante scoprire, o meglio: riscoprire, una terza accezione di ‘cura’: il farsi compagno solidale dell’altro, degli altri.

venerdì 29 ottobre 2021

LA DIFFICILE EREDITA' DI DON PINO PUGLISI

 

“Adista/Segni nuovi”

2.10.2021

 

Don Pino Puglisi: chi raccoglierà il suo tstimone ?

 

In un articolo pubblicato su “Repubblica-Palermo” in occasione dell’anniversario del martirio di don Pino Puglisi (15 settembre 1993), l’Arcivescovo Corrado Lorefice ha saputo tratteggiare, con sobria autenticità, la figura del parroco. Ma quel modello di prete, a quasi tre decenni di distanza, quanto viene apprezzato e riprodotto dalle nuove generazioni di presbiteri? Su questo aspetto della questione don Lorefice ha glissato. Ed è un silenzio tanto più significativo quanto più deludenti, anzi laceranti e dolorose, si stanno rivelando alcuni passaggi di testimone da coetanei e amici di don Pino Puglisi (come don Cosimo Scordato, rettore della chiesa di S. Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo) a preti più giovani solo anagraficamente.

Ci si sarebbe aspettato qualche cenno almeno di autocritica ecclesiale, almeno su tre punti cruciali.

Primo: di don Pino Puglisi, monsignor Lorefice scrive – pertinentemente – che “era veramente un pedagogo, aveva nel sangue una capacità maieutica: far crescere l’altro e condurlo alla vita adulta, alla piena statura dell’intrinseca e inalienabile dignità umana, alla libertà dei figli 
di Dio”. Ma i preti della diocesi palermitana sono, in maggioranza, sulla stessa linea emancipativa o mostrano diffidenza, paura, talora disistima nei confronti dei fedeli laici delle proprie comunità? L’arcivescovo sa quanti sono i suoi preti (soprattutto – cosa ancor più triste – giovani) arroccati nella propria posizione di ‘capi’, incapaci di condividere responsabilità e funzioni con donne e uomini della parrocchia, molto spesso più ‘maturi’ e più ‘saggi’ di loro. E’ chiaro che non dipende da un arcivescovo la mentalità dominante dei suoi presbiteri; che egli deve fare il pane con la farina a disposizione, costruire case con gli operai a disposizione. Ma ammettere, pubblicamente, che ancora troppi parroci  si interpretano e si comportano come ‘boss’ cui si deve rispetto e obbedienza, sarebbe un atto di trasparenza evangelica. Un prete, come ognuno di noi, può essere segnato da vari limiti e difetti: se però è incapace di farsi suscitatore di carismi e artefice di comunione, non c’è dubbio che abbia sbagliato mestiere.

Secondo aspetto: secondo monsignor Lorefice, don Pino Puglisi, convinto che   “il Vangelo diventa lievito di trasformazione della storia”, “si era battuto per avere 
scuole, centri per anziani e giovani, spazi aggregativi e di confronto, coinvolgimento delle istituzioni”. Ebbene, anche su questo versante, quando si ode la voce delle comunità parrocchiali per chiedere, a fianco dei cittadini di ogni appartenenza religiosa o partitica,  che le istituzioni funzionino almeno decentemente a presidio della legalità sostanziale? Il clericalismo, denunziato tante volte dall’attuale papa-pastore Francesco, è solitamente congiunto a un devozionismo auto-referenziale: la vitalità di una parrocchia viene misurata sul numero delle ‘prime comunioni’ e delle ‘cresime’ che vi si celebrano, non sulla incidenza reale nel tessuto sociale circostante, al cui degrado ci si abitua come a dati naturali immodificabili. Il proposito di evangelizzare senza preoccuparsi della promozione umana è semplicemente illusorio: un’evangelizzazione senza la cura per i corpi e per i luoghi dei fedeli non è evangelizzazione, ma catechizzazione ideologica.

Infine, un terzo aspetto della questione: memore della ricerca intellettuale in cui era impegnato il parroco di Brancaccio, l’arcivescovo di Palermo (che nel suo discorso di presentazione dal balcone del Municipio citò Peppino Impastato accanto a don Puglisi) ricorda che “l’antimafia vera è quella di uomini e di donne che nella fedeltà agli impegni della loro vita personale, familiare e sociale, erodono il campo alla cultura e alla prassi mafiosa che arreca un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale dei nostri territori”. Perfetto ! Ma per contrastare la cultura e la prassi mafiose bisognerebbe conoscerle, o no? Avere delle cognizioni essenziali, ma scientificamente serie e aggiornate. Tranne qualche lodevole eccezione di preti ben noti (che, tra l’altro, dopo essere stati isolati dai propri confratelli come fastidiosi grilli parlanti, sono andati o si avviano ad andare in quiescenza per ragioni di età) e di qualche laico-credente (che, comunque, percepisce se stesso come voce clamante nel deserto), una formazione sulla mafia – sulla sua storia, sulla sua struttura attuale, sui legami con la politica e l’economia, sulla sua visione del divino e dell’etica – è pressoché assente sia nel percorso di studi teologici dei nuovi preti sia nelle catechesi parrocchiali per giovani e per adulti. Così anche negli ambienti ecclesiali, come nel resto della società italiana, la mafia c’è se spara e fa stragi col tritolo; non c’è se chiede il pizzo all’ottanta per cento dei commercianti e degli imprenditori di ogni settore; se ricicla somme da capogiro mediante banche compiacenti; se corrompe funzionari pubblici ad ogni livello per lucrare sullo smaltimento dei rifiuti o sullo spaccio delle droghe illegali. L’ignoranza sul vero volto del sistema mafioso – sulla sua ammirevole capacità di mantenere l’identità tradizionale adattandola alle svolte epocali – è un regalo che le agenzie educative (dunque anche le chiese cristiane) non dovrebbero permettersi di omaggiare agli uomini e alle donne del disonore.

 

Augusto Cavadi  

www.augustocavadi.com 

 

 

mercoledì 27 ottobre 2021

ADRIANA ZARRI SECONDO MARIANGELA MARAVIGLIA


 “Viottoli”,

2021, I

 

ADRIANA ZARRI: UNA CORAGGIOSA ESPLORATRICE A META’ DEL GUADO

 

Non era prete, anzi neppure un maschio: eppure volle abbracciare la scrittura teologica come missione. Pubblicava su “Avvenire” e “Famiglia cristiana”, ma anche sul “Manifesto”; alternava lunghi periodi di silenzio in eremitaggio a interventi polemici a “Samarcanda” di Santoro; tra i suoi amici vescovi cattolici (come don Luigi Bettazzi) e donne comuniste (come Rossana Rossanda). Nessuna sorpresa, perciò, se Adriana Zarri sia stata tanto amata, stimata, quanto criticata, talora aspramente. Ma chi è stata costei? La  storia di questa donna, tra le più significative del panorama culturale e politico italiano del Novecento, è restituita in un libro prezioso  - accurato nella documentazione e limpido nell’esposizione – a firma di Mariangela Maraviglia per i tipi del Mulino (Bologna 2020, pp. 220, euro 20,00):  Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri

     Il titolo riecheggia un brano autobiografico della protagonista in cui confida che, sin dal periodo giovanile, nella “dialettica tra le opere e la ‘testimonianza’ (…) nelle situazioni ordinarie della vita”, si era riconosciuta nel secondo versante. Poi, però, “la stessa testimonianza mi parve presuntuosa. Ciò che volevo era semplicemente vivere; e, se questa vita a qualcuno diceva qualche cosa, bene”. Se questo è stato l’orientamento di fondo della Zarri, non si può dire che lo abbia rispettato pedissequamente. Ha rinunziato alle forme canoniche dell’apostolato cattolico – nella convinzione, del tutto condivisibile, che “l’apostolato non si fa: si è, essendo la vita in Dio rivissuta tra noi. Ma si vive la vita divina, vivendo con pienezza e nudità, la vita umana” - , ma non si è sottratta, come nota la sua biografa, a “quel ‘dovere’ della polemica avvertito fin dalla giovinezza come forma di testimonianza e di pedagogia evangelica: un ‘dovere’ assolto senza riguardo per i toni offensivi e maschilisti che le venivano riservati, soprattutto sui giornali di destra come ‘Lo Specchio’ e ‘Il Borghese’; senza timore di controbattere con personalità dal riconosciuto valore o di esporsi su questioni di massima delicatezza per la morale e la cultura del tempo”. 

 Chi sceglie il confronto pubblico deve mettere in conto amarezze interiori e danni oggettivi, ma – come è intuibile – non sempre il ‘profeta’ è contestato perché ha  ragione. Nel caso della Zarri, il suo (relativo, parziale) isolamento, emblematicamente rappresentato dal fallimento dei tentativi di mettere su una qualche forma di vita comunitaria, ha avuto certamente origine da inevitabili limiti temperamentali (dei quali ebbi modo di fare esperienza nell’unico, fugace, incontro nel corso di un convegno), ma non solo. Questo libro della Maraviglia – inserendo le opere della Zarri nel contesto del travaglio teologico della stagione postconciliare e riprendendone molti passi significativi – mi ha confermato nell’idea  che la scrittrice si sia trovata sola in una terra-di-nessuno fra la solida ortodossia preconciliare (rifiutata) e il paradigma ‘evangelico’  dei progressisti (non accettato integralmente) .  Ella è andata sì indietro, ma ha ritenuto sufficiente rifarsi all’era patristica greca e latina. La sua generazione si è trovata, infatti, a ereditare  un sistema di dogmi, di celebrazioni liturgiche, di norme morali  - concernenti la condotta individuale come la convivenza sociale -  che possiamo chiamare cattolicesimo medieval-tridentino. Intuito poetico, sensibilità estetica, attitudine mistica, postura femminile non potevano consentire ad Adriana Zarri di accettare tout court quella cattedrale imponente ma soffocante: da qui le sue polemiche aspre contro Giovanni Paolo II, contro molti vescovi e teologi e politici cattolici che, sostanzialmente, difendevano quella cattedrale. Ma, forse perché non aveva compiuto studi organici di teologia o perché prediligeva l’approccio letterario-sentimentale, non ha accettato neppure di passare al fronte opposto di quei ‘contestatori’ in odore di ‘eresia’ (Raimundo Panikkar, Hans Küng, Tullio Goffi,  Enzo Mazzi, Giulio Girardi, Giovanni Franzoni, Paul Knitter, Ernesto Balducci, Eugen Drewermann, Edward Schillebeecks, Giuseppe Barbaglio, Luigi Lombardi Vallauri, Carlo Molari, Alberto Maggi…) che non si limitavano a rifiutare questo o quell’articolo del catechismo, questo o quel divieto etico, ma rimettevano in discussione la cattedrale medieval-cattolica sin dalle fondamenta (dall’unicità della rivelazione biblica alla teoria del peccato originale,  dall’indissolubilità del matrimonio-sacramento alla differenza ‘ontologica’ del prete rispetto ai laici). La sua dura polemica ‘apologetica’ contro Ortensio da Spinetoli o Franco Barbero – rei di  negare che dogmi come la “Trinità” e la “Incarnazione di Dio” fossero davvero contenuti nel Nuovo Testamento - era frutto, a mio parere, di disinformazione e di presunzione: non teneva conto del fatto che stava giudicando, da esegeta dilettante, degli specialisti di alto livello . E, se non estese la polemica ad altri suoi amici, come don Luigi Sartori o don Carlo Molari o p. Alberto Maggi, fu perché – evidentemente - non comprese (a differenza delle occhiute autorità vaticane) che le loro tesi erano, nella sostanza, altrettanto radicali e innovative. Adriana Zarri, come tanti ai suoi e ai nostri giorni, si illuse di poter perseverare nell’adesione ad alcuni postulati e teoremi del cattolicesimo medieval-tridentino e rifiutarne alcuni corollari (come la diffidenza verso la sessualità o la pretesa di condizionare l’autonomia legislativa degli Stati  democratici).  E’ un errore di valutazione: la chiesa cattolica rispetta e corteggia chi si dichiara ‘esterno’, ma è implacabile con chi resta ‘dentro’, ai margini, per esercitare la parresìa. In venti secoli il cattolicesimo si è andato strutturando come una immensa, ordinatissima, perfetta macchina in cui “tutto si tiene”: o la si accetta, estasiati e proni d’ammirazione, o è meglio non metterci mano per riparazioni parziali. Si rischia di restarne con le dita stritolate.  Paolo VI, così facile al pianto, ne seppe qualcosa; qualcos’altra la sta imparando papa Francesco sul suo letto di Procuste.   

 

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com

lunedì 25 ottobre 2021

STORIA DEL PARTIGIANO (SICILIANO) JACON ORTOLEVA NARRATA DA ANTONIO ORTOLEVA



STORIA DEL PARTIGIANO (SICILIANO) JACON

 

Probabilmente oggi, in Italia, mancano le condizioni socio-politiche per un ritorno del fascismo in senso storico, ‘tecnico’ (per intenderci un regime accentrato nelle mani di un Mussolini, Hitler, Franco o Salazar). Ma – come avvertiva Umberto Eco – c’è anche un fascismo “eterno” o, per lo meno, persistente nel tempo che è intessuto di disprezzo delle maggioranze democratiche, rifiuto delle istituzioni rappresentative, sovranismo nazionalistico, militarismo bellicista, xenofobia razzista, diffidenza verso la libertà di pensiero in generale e di ricerca scientifica in particolare… Questo fascismo ideal-tipico potrebbe essere sconfitto solo se si replicasse, imprevedibilmente, il ‘miracolo’ che ha consentito la sconfitta del fascismo italiano del XX secolo: l’aggregazione in un fronte sinergico di cittadini di varia provenienza ideologica (dai comunisti e i socialisti ai cristiani, dai repubblicani ai monarchici risorgimentali) e geografica (dalle Alpi alla Sicilia).

Queste considerazioni, purtroppo attuali, mi sono suggerite dalla lettura di un intrigante racconto, sul registro storico-letterario, di Antonio Ortoleva (Non posso salvarmi da solo. Jacon, storia di un partigiano, Prefazione di Enrico Pagano, Navarra, Palermo 2021, pp. 142, euro 12,00) che ha per protagonista un giovane partigiano siciliano – più esattamente di Isnello, gradevole centro delle Madonie – caduto in Piemonte nel 1945. Un combattente come tanti (come si sottolinea nel testo, il contributo alla Resistenza da parte di cittadini meridionali è stato tanto consistente quanto trascurato storiograficamente), ma contraddistinto da una singolarità. Catturato dai fascisti insieme a 20 compagni, si vide offrire dal comandante (anch’egli meridionale) di cui era prigioniero la possibilità di aver salva la vita se solo avesse acconsentito al tradimento. Secondo la testimonianza dell’unico sopravvissuto alla strage di Salussola, Sergio Canuto Rosa detto “Pittore”, la sua  toccante risposta non lasciò adito a equivoci.  Ovviamente non si conoscono le parole esatte pronunciate da Jacon Ortoleva, ma il senso complessivo  è chiaro: non voglio tradire i miei compagni, non voglio salvarmi da solo.

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