lunedì 29 dicembre 2025

NON C’E’ CONSENSO AUTENTICO SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO

E’ raro che una persona non si trovi mai a dover governare qualcosa nella sua vita: una scuola o un’azienda, un piccolo comune di provincia o un’intera regione. O almeno, in coppia o da sola, la sua famiglia. Governare, dirigere, amministrare sono tutte azioni impossibili senza un discreto livello di cooperazione da parte dei governati. Anche nel caso che ci sia un plesso normativo organico e comprensibile (ad esempio una Costituzione o un regolamento di condominio), si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente: nessuna legge basta da sola senza il convincimento interiore di chi la dovrebbe rispettare (fosse pure il convincimento minimo che obbedire sia più conveniente che disobbedire, esponendosi al rischio di sanzioni). Ciò spiega perché ogni politica – nel macro e nel micro – è arte di ottenere e mantenere il consenso.

Come insegna la storia ci sono molti metodi a tal fine. Nei regimi più o meno autocratici o totalitari ci si serve del terrore e del monopolio dell’informazione, nei regimi più o meno democratici  dell’abilità oratoria e  dell’esemplarità (almeno apparente) dei propri comportamenti pubblici. Se le differenze si limitassero a queste strategie sarebbe abbastanza facile distinguere il consenso puramente numerico  (di solito maggiore nei regimi autoritari) dal consenso eticamente qualificato (di solito migliore nei regimi non-autoritari). Ma nel concreto della storia i confini sono molto labili perché i regimi di ogni genere ricorrono, in maniera sfacciata o ipocrita, a metodi identici: la propaganda, l’indottrinamento, la corruzione, la demagogia, l’invenzione di un capro espiatorio interno o di un nemico esterno.

 

Il consenso drogato in ‘democratura’

Ma allora non tutto ciò che chiamiamo consenso lo è autenticamente. Mi pare di trovare una conferma di questa mia diagnosi un po’ naif in quanto scriveva dieci anni fa Roberta De Monticelli. A suo parere, “almeno idealmente”, “nelle società democratiche”

 

“la distribuzione del potere che dà efficacia alle istituzioni, in particolare a quelle politiche, si fonda sul consenso libero, personale ed esplicito degli individui. E tuttavia resta vero non solo nel novanta per cento della storia delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne società democratiche, che la distribuzione del potere non si fonda veramente su un consenso esplicito, ma su un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza”)[1].

 

Si potrebbe affermare che nella sfera politica si riproducono, ingigantiti, fenomeni di distorsione del consenso frequenti nei rapporti inter-individuali: un corpo elettorale sceglie una maggioranza di governo con la stessa libertà interiore con cui una ragazza drogata accetta di fare sesso con chi le ha offerto il “cocktail dello stupro” o con la stessa lucidità mentale con cui un paziente in gravi condizioni di sofferenza sottoscrive, sulla soglia della sala operatoria, una dichiarazione di “consenso informato” circa i possibili rischi di morte a cui sarà esposto.

Se questa rappresentazione è realistica c’è davvero da preoccuparsi, forse da disperarsi. Che ne è della dignità personale? E che speranze per un futuro meno orribile del presente che abitiamo impotenti? Come è stato abbondantemente denunziato negli ultimi anni, soprattutto mediante il web e, più specificatamente, i social media, anche le elezioni formalmente più libere in effetti lo sono assai poco. La dittatura resta  dittatura, ma la democrazia degrada inesorabilmente a ‘democratura’.

Cosa si intende con questo neologismo (attribuito da alcuni a Eduardo Galeano, da altri a Predrag Matvejević) che fonde, ossimoricamente, i termini ‘democrazia’ e ‘dittatura’?  L’edizione italiana di wikipedia risponde: “un regime politico sostanzialmente autoritario che però mantiene, anche se solo formalmente, le apparenze di una democrazia. Chi usa il termine vuole polemizzare contro la presunta mancanza di coscienza democratica in uno Stato in cui, pur in presenza di elementi teoricamente cardine della democrazia come libere elezioni e multipartitismo, sussistono aspetti concreti che lo rendono di fatto assimilabile a un regime autoritario” perché “tutti i partiti assumono più o meno le stesse posizioni” (come ad esempio negli USA il Partito democratico e il Partito repubblicano) e “il governo dipende completamente da un solo partito”, o da una ristretta coalizione di partiti omogenei,  che può quindi far valere unilateralmente tutto il proprio programma”, deridendo ogni critica e ogni proposta migliorativa che provenga dalla minoranza parlamentare. Con il risultato che “l'intero parlamento è passivamente allineato a un governo essenzialmente autoritario” o per sudditanza voluta o per impotenza subita.  

 

La fatica della cittadinanza maggiorenne

In questo scenario mondiale diventa davvero faticoso esercitare una cittadinanza maggiorenne. Innanzitutto c’è da conoscere le disposizioni – normative o esecutive – di chi ha titolo per emetterle, dalla Commissione europea al primario dell’ospedale. E già questo implica non solo procurarsi le informazioni necessarie e scartare le numerose superflue, ma decifrarle: per imperizia o per calcolo, infatti, esse vengono redatte in burocratese in modo che non tutti intendano subito e, quanti intendono, non siano certi d’interpretare secondo l’intenzione originaria dell’estensore.

Il secondo passo è valutare il contenuto decifrato: esercitare il giudizio, la critica, per separare le norme meritevoli di consenso (perché conformi ad esempio alla Costituzione repubblicana) dalle norme opinabili o addirittura eticamente inaccettabili.

L’assenso intellettuale a disposizioni ragionevoli comporta, di per sé, un terzo passaggio: l’obbedienza pratica ad esse. Il che non è sempre agevole, talora addirittura eroico: troppe consuetudini, troppi interessi privati, troppa vigliaccheria caratteriale o acquisita possono indurci al “video meliora  proboque, deteriora sequor” di ovidiana memoria. 

Non meno gravoso un quarto passaggio: il dissenso – teorico e pratico – rispetto a ordini ingiusti. Il grado di democrazia reale in uno Stato o in un’organizzazione di qualsiasi genere si misura dallo spazio di manovra di chi dissente argomentativamente dall’autorità legittima. Anche là dove la disobbedienza civile non viene stroncata violentemente, essa ha un costo in termini di disapprovazione sociale: è il prezzo che hanno pagato i protagonisti dell’evoluzione umana da Socrate a Ipazia, da Gesù a  Mansur al-Hallaj, da Giordano Bruno a Rosa Luxemburg, da Gandhi a Martin Luther King.

Il dissenso, per quanto ammirevole quando fondato su solide ragioni teoretiche e morali, non segna il culmine della cittadinanza adulta e pro-attiva.  Se accetto il carcere perché rifiuto la coscrizione al servizio militare, la mia obiezione di coscienza è degna di lode, ma acquisisce per intero senso se apre il dibattito pubblico sull’obbligatorietà della leva e sulla necessità che la legislazione si modifichi riconoscendo ai cittadini il diritto di servire la Patria anche in modalità nonviolente. Se, insomma, è un’azione politica. Il criminale di rango socio-economico e il pioniere delle “utopie concrete” sono accomunati dalla medesima prospettiva: dissentire dallo ius conditum e attivarsi affinché, modificata la legge secondo i propri intenti, mediante i meccanismi consentiti di volta in volta dai regimi in vigore, le si possa prestare il proprio consenso.

Insomma: non c’è legittimo dovere di consenso senza legittimo diritto al dissenso, ma, almeno in linea di principio, il diritto al dissenso mira al consenso verso una nuova legislazione (che rappresenti, hegelianamente, l’inveramento-superamento  della norma iniziale e della contestazione della stessa).

  La tematica del consenso – che implica dialetticamente il tema del dissenso – squaderna, dunque, prospettive entusiasmanti sull’agire politico: che, ridotto con rare eccezioni a ring fra modesti cialtroni, potrebbe diventare (come è stato nei momenti più alti della storia) l’impegno appassionato per una società in cui, consentendo a regole stabilite all’unanimità o almeno a maggioranza, in fondo in fondo ciascuno e ciascuna consente alla propria ragionevolezza. Dunque al bene comune. Dunque al proprio più vero e lungimirante interesse.

Augusto Cavadi

“Nuove frontiere della scuola”, luglio 2025, n. 68



[1] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.


domenica 21 dicembre 2025

CHI CI LIBERERA' DALL'INCANTESIMO DEL "PENSIERO UNICO"? MAURIZIO PALLANTE DICE LA SUA

 

Con la tenacia dell’apostolo, tanto più attivo quanto meno ascoltato,Maurizio Pallante ha dato alle stampe l’ennesimo volume: Liberi dal pensiero unico. La rivoluzione culturale della spiritualità (Lindau,Torino 2024, pp. 131, euro 12,00). In queste pagine egli ribadisce i temi che nei decenni lo hanno reso l’esponente italiano più noto della “decrescita felice”: più noto, ma fuori dai circuiti mediatici televisivi e radiofonici. E si intuisce facilmente la ragione di questa conventio ad excludendum: chi invita a disertare il consumismo offre il petto al complesso industriale-commerciale egemone; se poi aggiunge che il mito della crescita illimitata (fondato sulla falsa equazione progresso = sviluppo) è perseguito unanimemente da partiti di Destra, di Centro e di Sinistra si espone al fuoco incrociato (o peggio: alla damnatio memoriae) degli schieramenti politici che si alternano al governo e all’opposizione parlamentare.

Della nutrita e nutriente lista delle sue indicazioni critiche e delle sue proposte costruttive vorrei qui limitarmi a evocare i passaggi che giustificano il sottotitolo: “Al contrario di quanto si crede, la dipendenza dal consumismo genera una frustrazione permanente, perché la continua immissione sul mercato di prodotti innovativi rende sempre più breve la soddisfazione offerta dall’atto di acquistare, mantenendone inalterato il richiamo. L’unica forza in grado di rompere questo incantesimo è la spiritualità” (p. 15).

Pallante invoca dunque un ritorno alla pratica religiosa confessionale-istituzionale (in calo progressivo) o, almeno, a una qualche forma di religiosità panteistica? No. O non necessariamente. Egli pensa a una spiritualità laica che si fonda sulla “capacità di cogliere la meraviglia racchiusa nell’ordinario della vita: in ogni fenomeno naturale, nei paesaggi, nelle stagioni; è la capacità di percepire i legami di reciproca interdipendenza che connettono la specie umana con tutte le altre specie animali e vegetali, d’immedesimarsi nella sofferenza e nella gioia di altri esseri viventi. La spiritualità fa perdere la cognizione dello spazio e del tempo ascoltando una sinfonia, incantandosi davanti a un quadro, leggendo una poesia, impegnandosi a capire che una scoperta scientifica, meditando, pregando se si ha una fede” (pp. 15 – 16).

Questa spiritualità basica, elementare, che si ritrova in persone atee, agnostiche e credenti in senso teologico, difetta però in troppe altre persone che si dicono atee, agnostiche e credenti: per questo, come ricorda l’autore citando Norberto Bobbio, il filosofo torinese sosteneva che “la differenza non è tra il credente e il non credente”, ma “tra chi prende sul serio” le questioni esistenziali ed etiche e chi non se ne preoccupa minimamente, “si accontenta di risposte facili” e gli “basta ripetere ciò che gli è stato detti fin da bambino” (pp. 43 – 44). Senza il gusto della moderazione, la sobrietà dei costumi, l’austerità nei consumi non è possibile una società socialista (lo ricordò forse troppo tardi Enrico Berlinguer) né tanto meno una società improntata allo spirito del Vangelo.

Pallante rilancia le avvertenze di Pier Paolo Pasolini alla Chiesa cattolica degli anni post-conciliari di Paolo VI (e che non hanno certo perso di attualità con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI): se essa si preoccupa di lingue liturgiche o di questioni sessuali, senza contrastare il “pensiero unico” che fa della “crescita della produzione di merci e dei consumi” “l’indicatore del benessere di un Paese” (p. 56) si condanna alla “propria liquidazione”. Essa potrebbe evitare di precipitare nella totale irrilevanza sociologica a cui sembra irreversibilmente destinata se si auto-costituisse come “la guida grandiosa, ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante. […] E’ questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta” (p. 57). Che vediamo, invece, nel modo di pensare e di vivere dei vertici vaticani? Quale attenzione a evitare i consumi superflui, lo spreco del cibo a tavola e dell’acqua potabile nelle docce, il dispendio dell’energia elettrica nelle curie vescovili, nei seminari, nei conventi femminili, nelle scuole cattoliche, nei sinodi e nei mega-convegni internazionali di teologia, nella quotidianità delle famiglie vicine alle parrocchie? Vegetariani e vegani (addolorati per le stragi natalizie e pasquali di agnellini e di ogni altro esserino vivente indifeso) sono minoranze trascurabili trattate con un misto di curiosità per l’esotico e di commiserazione per l’idealismo fuori dalla storia. I preti – specie i più giovani - sono di solito tra i primi nel proprio ambiente ad acquistare l’ultimo modello di automobile o di cellulare né devono minimamente giustificarsi agli occhi dei fedeli che ne condividono totalmente la filosofia edonistica: anzi, così dimostrano di essere al passo coi tempi e in sintonia con la mentalità dei laici di cui si curano pastoralmente.

Augusto Cavadi

* Per la versione originaria ciccare qui: https://www.adista.it/articolo/75001



sabato 20 dicembre 2025

GESU’ DI NAZARET PUO’ ESSERE ANCORA ACCOLTO COME DONO DIVINO?

Con queste riflessioni, cortesemente richiestemi dall'agenzia di stampa "Adista" per la rubrica "Fuori tempio",  chiudo il ciclo dell'Avvento 2025. E' anche il mio sobrio grazie agli amici e alle amiche che in questi giorni mi indirizzano i loro auguri.

Quarta domenica di avvento (21.12.2025): Mt 1,18-24

Gli uomini decisivi per la storia dell’umanità, da Buddha ad Alessandro Magno, sono stati biologicamente concepiti come ogni altro essere umano. Ma anche la loro identità profonda, inscindibile dalla missione cui si sono totalmente consacrati, può essere considerata come prodotta da meccanismi fisiologici? O non è piuttosto il frutto di un progetto divino che si serve delle leggi naturali per perseguire obiettivi trascendenti? Nelle civiltà antiche non c’era dubbio: il parto di ogni personalità straordinaria doveva essere preceduto, accompagnato e seguito da modalità straordinarie (sogni, visioni, avvenimenti insoliti).  Per i suoi discepoli Gesù Cristo non fa eccezione: “sua madre Maria si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”, dunque per un intervento specifico dello stesso Soffio vivificante. E Giuseppe suo sposo accetta docilmente di essere padre di un figlio suo e non-suo, come in fondo sono tutti i figli del mondo.

L’esportazione di questo midrash delizioso dall’ambiente originario ebraico al mondo greco-latino si è rivelata disastrosa: una pia leggenda costruita a scopo catechetico, che nessuno dei lettori contemporanei di Matteo avrebbe preso alla lettera, è diventata un resoconto cronachistico. Così l’ascoltatore del V secolo o del X o del XXI  (educato al rigore logico della filosofia, delle scienze, della storiografia) è posto davanti a un bivio: o credere in vicende inattendibili dal punto di vista fisiologico, anzi ginecologico, o prendere atto della propria mancanza di fede. Un dilemma che, se non fosse ridicolo, sarebbe tragico: imposto da autorità ecclesiastiche prigioniere di categorie culturali di cui sono state portatrici inconsapevoli e incolpevoli, almeno sino a quando la fioritura delle scienze bibliche (soprattutto negli ultimi due secoli) avrebbe potuto far cadere la loro benda dagli occhi. Infatti, a quel punto, invece di ascoltare con docilità intellettuale le argomentazioni dei filologi, degli esegeti, degli studiosi di letterature antiche comparate…hanno preferito far quadrato in difesa di una fantomatica ‘ortodossia’ e (soprattutto nella Chiesa cattolica, ma anche in tante altre Chiese ‘evangelicali’ di orientamento fondamentalista) soffocare con condanne e scomuniche i progressi più convincenti nella comprensione dei testi biblici. Così la questione essenziale – “Che messaggio, al di là delle forme letterarie, intendevano proporre gli evangelisti nei racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù?” – è rimasta  inesplorata (se si eccettuano alcuni pionieri coraggiosi come Ortensio da Spinetoli).

Oggi sappiamo che, attraverso un linguaggio poetico, Matteo voleva esprimere la convinzione che Gesù fosse stato un Emanuele, un “Dio-con-noi”. Ma da allora gli scenari intellettuali sono mutati radicalmente: che può significare, al di là delle formule arcaiche, che Gesù è stato per l’umanità un Dono divino? E’ credibile che il Principio originario di un universo in continua espansione da miliardi di anni si sia “incarnato” (qualsiasi cosa significhi questo verbo) in uno dei miliardi di esemplari di quella specie animale (auto-definitasi senza ironia Homo sapiens) apparsa in uno dei miliardi di corpi celesti di cui abbiamo contezza? Sono domande vertiginose che solo a costo di rinunziare all’intelligenza possiamo auto-censurarci.

Forse alla nostra generazione è toccato in sorte di vivere in un’epoca di transizione in cui (per riprendere un’efficace metafora di Heidegger) i vecchi dei sono scomparsi e i nuovi non sono ancora arrivati. In questa fase possiamo aggrapparci, come a una zattera, a poche certezze. Tra queste che il Mistero che ci sostiene e ci avvolge va onorato con un devoto apofatismo (Tibi silentium laus) e che il resto del mondo attorno a noi (esseri umani, animali, vegetali, minerali) va abbracciato con tenerezza e cura. Come ha testimoniato – tra molte altre persone celebri e meno note – Gesù di Nazareth, così dimostrando d’essere anche lui figlio di una donna, di un maschio e, in radice, di Dio stesso.

Augusto Cavadi

* La versione originaria qui: https://www.adista.it/articolo/74833

Adista/Notizie n. 41 del 22.11.2025

giovedì 18 dicembre 2025

"LETTERE A UN BAMBINO POI NATO": MARIA D'ASARO A CINQUANT'ANNI DAL VOLUME DI ORIANA FALLACI

 

Esattamente mezzo secolo fa, nel 1975, Oriana Fallaci pubblicava uno dei suoi libri più noti e apprezzati: Lettere a un bambino mai nato. La giornalista e scrittrice è ancora lontana dalle opere polemiche in cui – come in Inshallah del 1990 – proverà a dare risposte sbagliate a questioni vere come le immigrazioni di persone provenienti da aree islamiche. Nelle Lettere, come rivelato nel 2015 dal nipote, erede dell'autrice, la Fallaci – dolorosamente memore di alcuni aborti spontanei che non le consentiranno di diventare mai madre – si interroga sul senso del mettere al mondo un figlio: in generale e, in particolare, in un mondo tanto ingiusto come l’attuale.

I grandi libri ne inspirano – più o meno esplicitamente – altri: Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro ne è un esempio luminoso. Tanto più apprezzabile in quanto non è certo un’esercitazione letteraria, ma una vera e propria ricreazione: è un’opera che, pur se intesa dall’autrice come omaggio alla Fallaci, se e distacca nei toni e nei contenuti. Nei toni perché ci sono pagine leggere (come quelle dedicate alle “diciotto tipologie dei Pokemon” e ad altri giochi infantili) che spezzano la tensione narrativa drammatica delle pagine fallaciane; nei contenuti perché si rivolgono a un bambino che alla fine viene alla luce. Uno dei motivi di interesse per me – lettore due volte differente da Maria D’Asaro perché maschio e perché non genitore biologico – è che l’happy end (se così vogliamo considerare la nascita del neonato) non cancella né la memoria dei dubbi pre-natali né le preoccupazioni per l’avvenire del figlio in un contesto storico che, rispetto a dieci lustri fa, è peggiorato disastrosamente. Davvero, come scrive la Szymborska in una lirica che viene qui riportata a mo’ di lunga epigrafe, “alla nascita d’un bimbo/il mondo non è mai pronto”: troppo affollato di liti, tradimenti, guerre, vendette…

Alla luce della nascita del bimbo si ricava  che l’autrice-madre  non concorda con la corrente filosofica degli anti-natalisti che ai nostri giorni sviluppano con argomenti aggiornati la tesi di antichi saggi come il Sileno che (anche secondo Nietzsche), alla domanda del re Mida su cosa sia la cosa migliore per l’umanità, avrebbe risposto: “Non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore, per te, è morire presto”.

Se questa conclusione anti-natalista non è necessaria, ed è anzi opinabile, i dubbi e le preoccupazioni di Maria D’Asaro (che pure, a un certo punto del racconto, “incappata nella tagliola del dolore”, si chiede: “Ma perché soffrire così tanto? Non era meglio non nascere?”) conducono però a una conclusione necessaria e, a mio avviso, per nulla opinabile: che la procreazione di una nuova vita dev’essere davvero responsabile. A un figlio che chieda – verbalmente o silenziosamente –perché sia stato messo al mondo e così esposto a fatiche e angosce mai minori rispetto alle gioie, i genitori devono essere in grado di “rispondere” (verbo da cui deriva, appunto,  l’aggettivo “responsabile”): non solo teoreticamente, se hanno delle motivazioni chiare già a sé stessi, ma anche e soprattutto praticamente. Devono essere in grado, cioè, di tenerlo per mano sino a quando non sarà in grado di camminare da solo e di accoglierlo ogni qual volta, anche dopo che ha intrapreso i sentieri più rischiosi e meno raccomandabili, tornerà a casa bisognoso di protezione dalle intemperie della storia. Insomma: chi non è disposto a riprodurre la folle magnanimità del padre del figliol prodigo del vangelo è bene che si astenga dal generare.

Il libro si chiude con una poetica, suggestiva citazione dalla Fallaci: “A cosa serve volare come un gabbiano dentro l’azzurro se non si generano altri gabbiani che ne generano altri ancora ed ancora per volare dentro l’azzurro? A cosa serve giocare come bambini se on si generano altri bambini che ne genereranno altri ancora per giocare e divertirsi?”. D’Asaro sembra, non senza esitazione, condividere. A qualcun altro, come me, sia pur con altrettanta esitazione, non riesce invece di condividere. Il senso della riproduzione della vita, da una generazione all’altra, non può essere la riproduzione stessa, così come la replica della stessa domanda per infinite volte non costituisce una risposta convincente. Anche se nel dibattito pubblico tendiamo a dimenticarcene, la Terra è troppo piccola per sopportare una moltiplicazione continua di abitanti: è evidente che la crescita quantitativa illimitata di esseri umani (approvata da alcune grandi religioni come il cattolicesimo o l’islam) non può essere considerata di per sé un valore. Forse una qualche forma di moratoria (se non totale, almeno parziale) s’impone. Tanto più se è vero, come ha scritto André Malraux, che siamo la prima generazione arrivata sulla Luna, ma anche la prima a non trovare più una ragione per vivere sulla Terra.

Augusto Cavadi

Versione originaria qui:

https://www.girodivite.it/Lettere-a-un-bambino-poi-nato.html


martedì 16 dicembre 2025

ECOLOGIA FRA SCIENZE, FILOSOFIA E TEOLOGIA: IL CONTRIBUTO INTERDISCIPLINARE DI CLAUDIA FANTI

 

A casa nel cosmo. Per una nuova alleanza tra spiritualità e scienza (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2025) di Claudia Fanti è un libro ingannevole. Infatti la scrittura scorrevole, elegante ma non pretenziosa, con passaggi narrativi e poetici, illude sulla fruibilità immediata dei contenuti. Che, invece, sono molto impegnativi ed esigono - insieme a una conoscenza almeno sommaria dello status quaestionis di diverse discipline (dalla fisica alla biologia, dalla filosofia alla teologia…) - estrema, continua, attenzione. Insomma, sotto le apparenze di un testo gradevolmente leggero, si nasconde un tentativo ambizioso di cui la nostra civiltà ha necessità ma al quale pochissimi hanno il coraggio di dedicarsi: proporre un qualche sguardo sinottico sul mondo, una qualche sintesi (per quanto provvisoria) delle acquisizioni (per quanto parziali) offerte dalle indagini specialistiche settoriali. E perché ci voglia molto coraggio nel gettarsi in quest’impresa è intuitivo: se resto nel mio campo di studio, per altro sempre più limitato, riduco il numero dei competenti che possano contestare le mie micro-analisi; ma se, facendo tesoro di informazioni provenienti da varie aree del sapere, provo ad abbozzare un quadro d’insieme, mi espongo alle critiche più disparate. Eppure, senza questi tentativi di volare alto, di guadagnare prospettive che in altre epoche si chiamavano “sapienziali”, a che ci serve la marea straripante crescente e di dati, tesi e ipotesi di cui pullula il web? Lo so: c’è il rischio di accontentarsi di sapere poco, pochissimo, quasi niente sul Tutto. Ma non meno pernicioso il rischio opposto di sapere molto, moltissimo, quasi tutto su un dettaglio che rasenta il niente. Trovare un equilibrio fra i due pericoli non è facile, ma resta necessario.

Claudia Fanti non si è sottratta alla difficile sfida e qualsiasi osservazione si possa avanzare, su questo o quel passaggio delle sue pagine, va preceduta dall’onore delle armi (intellettuali!): senza essere professionalmente né una scienziata né una filosofa si è avventurata in un’ardua impresa, quasi a voler indicare agli scienziati e ai filosofi un percorso che sarebbe loro compito intraprendere (e che pochi – come Edgar Morin o Vito Mancuso – hanno l’ardire di tentare). E lo ha fatto senza trascurarne la valenza esistenziale, etica e politica (con un solo termine, da intendere però nell’accezione più ampia e meno confessionale possibile, “spirituale”[1]): perché per lei conoscere è già un valore in sé, ma è anche il presupposto indispensabile per assumere la postura più adatta in relazione agli altri esseri viventi, gravemente feriti dalla follia dell’homo demens che arriva a minacciarne la stessa sopravvivenza. E non a caso cita l’Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo: “solo con una visione nuova si potrà porre rimedio, se riusciremo ad arrivare in tempo, all’ecocidio” (p. 18).

 

La trama del volume

Vediamo, innanzitutto, di ricostruire la mappa del volume, restituendone le articolazioni principali (anche al prezzo, inevitabile, di trascurarne contenuti in sé rilevanti).

 

a)     L’ottica cosmologica

Il punto di vista basilare è cosmologico: qual è il posto della Terra nell’universo? E cosa sappiamo attualmente dell’universo in cui il nostro pianetino è situato? Essa è comparsa più di 4 miliardi e mezzo di anni fa (p.27) in una zona abitabile perché “né troppo vicina né troppo lontana dalla sua stella” - il sole -, la quale è “situata alla periferia di una galassia di media grandezza” (la Via Lattea) “composta da più di cento miliardi di stelle, che a sua volta è solo una tra più di 100 miliardi di galassie dell’universo osservabile” (p. 28).

Ma, a sua volta, l’universo osservabile con i nostri strumenti attuali (che secondo alcune stime costituisce solo il 5% della materia totale, di cui il 95%  - appunto – è detta “oscura” in quanto inconoscibile) (p. 103) ha un’età di poco meno di 14 miliardi di anni (ivi).

Una prima (per altro capitale) questione riguarda la sua genesi. Su questo le scienze sono consapevoli dei loro limiti strutturali: “l’inizio dell’universo è qualcosa che è al di fuori della portata della nostra mente. È un miracolo che non si può eliminare” (p. 95). La constatazione che “la realtà materiale” sia costituita al 99,9% di “vuoto” suggerisce a sempre più numerosi studiosi la tesi che “l’universo nasce dal vuoto”, ma un vuoto che “non è affatto vuoto, bensì inconcepibilmente ‘pieno’, dal momento che in esso continuamente si creano tutte le particelle possibili” (p. 96). 

Una seconda questione riguarda la storia dell’universo (e in particolare la comparsa della vita): esso segue una causalità per cui i fenomeni più semplici possono causare fenomeni più complessi oppure in esso si danno dei “comportamenti emergenti” (p. 54) e imprevedibili?

Ma non è solo il costituirsi della vita nell’universo ad aprire interrogativi filosofici: lo è anche il dato, altrettanto certo, che questo universo, che “a un certo punto è nato, a un certo punto avrà anche fine” (p. 48). 

Anche “sulla causa del decesso” esistono due principali “ipotesi”: un Big Crunch causato dalla forza gravitazionale oppure il “Grande Strappo” causato da una “energia oscura” agente in senso opposto a “tutte le forze che uniscono” (ivi). In tutti i casi l’universo è condannato, per la legge dell’“aumento inesorabile dell’entropia”, alla “morte termica” (p. 49). Ma a sua volta questo “sterminato universo” in espansione “potrebbe essere solo una piccola isola all’interno di uno spazio cosmico inimmaginabile” (p. 102): il “multiverso” (p. 101).

b)    Lo sguardo biologico

“Circa 380mila anni dopo il Big Bang” si sono formati “gli atomi di idrogeno presenti, in quantità variabili, in tutte le molecole organiche contenute nelle cellule” (p. 37) che sarebbero comparse una decina di miliardi dopo sulla Terra: qui, infatti, si registra (da circa “4 miliardi di anni”) (p. 34), un fenomeno di cui sinora non si conosce l’origine: appunto la vita biologica. Tale fenomeno impone di ampliare lo sguardo dalla fisica (sia sub-atomica che astronomica) alla biologia molecolare, da cui apprendiamo che “tutte le forme viventi che popolano i suoli, i mari e i cieli del nostro splendente pianeta azzurro e bianco devono essere discese da un antenato comune, una specie unicellulare ancestrale” (ivi). Questo “punto di partenza” unico (pp. 34 – 35) spiegherebbe come mai, in tutti gli esseri viventi, si ritrovino le “due qualità onnipresenti della vita”: la capacità di codificare, utilizzare e trasmettere “l’informazione che dirige le funzioni che sostengono la vita” e “il modo in cui le cellule sfruttano, immagazzinano e impiegano l’energia necessaria per svolgere le funzioni vitali” (Brian Greene, cit. a p. 35, sottolineature mie). La somiglianza tra tutti i viventi, dovuta ai due fattori costitutivi della vita, è rafforzata dalla comunanza dei due “obiettivi essenziali: vivere (e generare vita) e difenderci dal dolore (dai pericoli, dalla fame)” (p. 37). Dunque la vita (potenzialmente contenuta “nelle viscere di una stella”, Ernesto Cardenal cit. a p. 38) è “una sola” e “ogni specie è un punto distinto lungo un continuum, come le diverse note sulla tastiera di un violino” (Carl Safina, cit. a p. 37).

Il fatto che nessuna vita, neppure elementare, sarebbe potuta apparire, se l’universo fosse stato regolato da leggi solo minimamente differenti dalle attuali, si presta a varie interpretazioni filosofiche: il “creazionismo scientifico” che afferma l’evidenza di un “Disegno intelligente” nell’evoluzione e vi vede una prova dell’esistenza di Dio (p.42) ; il “Principio antropico” in “versione debole” secondo cui “l’universo e le sue leggi non possono essere incompatibili con la nostra presenza come osservatori” (ivi); il “Principio antropico” in versione “forte” secondo cui “l’universo possiede proprio, fin dalla sua nascita, quelle proprietà che permettono alla vita, o in altri termini agli osservatori, di svilupparsi al suo interno” (pp. 42 – 43); il “Principio antropico ultimo” in base al quale “deve necessariamente svilupparsi una elaborazione intelligente dell’informazione nell’universo, e una volta apparsa, questa non si estinguerà mai” (p. 43); la teoria del “fortunato accidente, una felice, involontaria conseguenza delle leggi oggettive e impersonali della natura” (p. 44); la teoria della “infinità di universi”, “ciascuno con le proprie leggi e le proprie costanti fisiche”, tra cui il nostro “universo in cui la vita è possibile” (ivi); la teoria dell’evoluzione cosmica secondo “un processo di variazione casuale e selezione simile a quello dell’evoluzione darwiniana” (p. 45).

c)      Lo sguardo onto-teologico

Questa varietà di teorie scientifiche si presta ad altrettanto varie teorie filosofiche che, schematicamente, si possono ridurre a tre: una qualche forma di creazionismo che attribuisca all’azione divina la creatività dell’universo (p. 58); un materialismo rigoroso che “riduce l’intera realtà a particelle in movimento” (p. 55); un monismo ontologico che riconosca all’origine della creatività dell’universo o un “Dio immanente” (S. Kaufmann)[2] o, per lo meno, un “logos-physikos, rispetto al quale anche la nostra creatività e la nostra autocoscienza non costituiscono alcuna differenza assoluta o salto ontologico”(O. Franceschelli, p. 59).

 

d)    Lo sguardo antropologico

L’esame dell’universo in generale non può prescindere dal caso singolare costituito non solo dal vivente, ma più precisamente del vivente cosciente (o addirittura auto-cosciente). Il dato empirico incontrovertibile è che siamo dotati di un cervello: ma è ovvio che tale “turbinio di particelle dentro un cranio” crei “impressioni, sensazioni e sentimenti” (p. 69)? Ritroviamo anche qui gli schieramenti principali incontrati su questioni precedentemente analizzate: un orientamento riduzionista o fisicalista (maggioritario) secondo cui “la coscienza è prodotta dal cervello, a sua volta controllato dalla fisica e dalla chimica” (p. 71) e un orientamento alternativo, irriducibilista (?) o complessivista (?) (minoritario) basato sulla convinzione che “l’attività cerebrale in sé non è in grado di spiegare la coscienza” (pp. 72 – 73). All’interno di questo fronte non-riduzionista si possono individuare, a loro volta, due prospettive principali: una emergentivista (?) secondo cui “la coscienza emerge dal cervello ma non è riducibile ad esso” (p. 74), essendo frutto di “una misteriosa creatività per cui dal meno nasce il più” (p. 73), ed una “neo- idealista” (p.143) secondo cui la nostra coscienza individuale è “una scintilla o un riflesso” di una “coscienza completa e senza fine” che “è sempre dentro e attorno a noi” (p. 78), una coscienza assoluta e universale che “viene prima del cervello” e “anche prima dell’universo” (p. 79). Soprattutto in questa seconda versione del fronte non-riduzionista, le più eclatanti conseguenze sul versante antropologico sono due: ognuno/a di noi è interconnesso “al Tutto: passato, presente, futuro” (p. 85) e “morire non sarebbe altro che «risvegliarsi a un’altra coscienza più vasta»” (p. 79).

     L’interconnessione – che è un dato ontologico – dovrebbe essere assunta come “legge morale” (Fox a p. 108) dalla nostra specie che si è evoluta per “competizione” (che è “un fatto della vita”) ma ancor più per “cooperazione” (che ne rappresenta “l’essenza”, Tudge a p. 111). Ma la cultura ebraico-cristiana, con la sua lettura antropocentrica, ha spezzato la comunione dell’essere umano con il resto della natura e ha privilegiato una lettura gnosticheggiante, caratterizzata dal dualismo fra l’anima e la materia (desacralizzata e ridotta a mero materiale a disposizione della tecnica). Il “sapere per amore del sapere” cede il posto al sapere come “potere” (p. 121) in grado di renderci “signori e padroni della natura” (così Cartesio a p. 122).

 

 

Qualche considerazione a margine

 

a)     La rinascita della metafisica nonostante i filosofi di professione

Questo libro mostra in maniera convincente una situazione paradossale: mentre la categoria professionale dei filosofi tende, in larga maggioranza, a evitare le tematiche metafisiche (onto-teologiche) per dedicarsi alle filosofie “regionali” o “al genitivo” (filosofia della mente, del linguaggio, della storia, dell’arte, della politica, del computer…), tali tematiche vengono riproposte con sempre maggiore insistenza dal mondo degli scienziati (soprattutto cultori di scienze “dure” come fisica e biologia). Trovo incoraggiante questo fenomeno culturale, ma non privo di rischi. Infatti, se per una lunga parte della mia vita ho giocato a pingpong e a un certo momento sento il desiderio di giocare anche a tennis, avvertirò la tentazione di approcciarmi al secondo sport (per molti versi simile al primo) con la mentalità e le abilità acquisite giocando a pingpong. Fuor di metafora: non escludo certo che un buon astrofisico o un buon biologo siano – o diventino – degli ottimi metafisici, ma a patto che abbiano consapevolezza di mutare attrezzatura epistemica. Quando la Hack o Zichichi si pronunziavano sull’ipotesi di un Essere creatore ne avevano tutto il diritto in quanto esseri pensanti (specie se non del tutto ignari di filosofia e di teologia): ma non in quanto fisici.

Se è vero (come sostenuto da Leibniz o da Heidegger) che la domanda fondamentale della metafisica è “Perché c’è qualcosa anziché nulla?” abbiamo due possibilità: o liquidarla come una domanda priva di senso (un “bernoccolo” che la mente si procura quando va a sbattere contro un muro) o moltiplicare i tentativi filosofici di rispondervi. La terza possibilità - tentare e ritentare di rispondervi con i metodi delle scienze naturali - è impresa destinata per principio a fallire.

b)    Il supporto delle scienze alla riflessione filosofica

Gli scienziati possono solo riproporre (implicitamente, oggettivamente, per lo più inconsapevolmente) ai filosofi le domande tipiche della filosofia (che i filosofi tendono a tralasciare, preferendo rifugiarsi nella ricerca storiografica e filologica, ambiti abituali del loro circuito comunicativo)? Direi di no. Essi sono preziosi per almeno due altre ragioni.

La prima: non possono prescrivere ai filosofi cosa dire, ma possono informarli su cosa non dire. È vero che le scienze, come tutti i prodotti della mente umana, non sono infallibili né definitive, ma ciò non toglie che esse sono in grado di stabilire in maniera incontrovertibile l’erroneità di certe tesi. Claudia Fanti sottolinea il cambio di paradigma (inaspettato) dalla fisica ‘classica’ newtoniana alla fisica einsteiniana prima e quantistica dopo. Bene! Ciò significa che non possiamo fare affidamento assoluto su nessuna delle attuali teorie fisiche. Ma significa anche che “può andare bene tutto” o non possiamo invece affermare che alcune teorie del passato sono definitivamente, irreversibilmente, false? Dal geocentrismo (tolemaico) siamo passati all’eliocentrismo (copernicano) e poi all’attuale cosmo senza né un centro né una circonferenza: non sappiamo che cosa scopriremo domani, ma è ipotizzabile che ridiventiamo geocentrici? Penso che una filosofia costruita oggi sul presupposto che il cosmo giri come un’immensa sfera intorno al nostro pianetino microscopico (che occupa nello “sterminato universo” uno spazio “minore di quello di un atomo nel sistema solare”, così Giudice a p. 102) sia infondata, inattendibile, implausibile. Il relativismo ha dei limiti: forse non siamo certi di alcuna verità, però siamo certi di alcune falsità.

Ma la scienza deve limitarsi a fare da barriera, da argine, fissando i paletti alla creatività filosofica? Non può apportare contributi in positivo? Secondo alcuni essa produce metafore più che concetti inequivoci. Lo ribadisce anche il fisico Maurizio Busso nella sua Postfazione: “In fondo, quando anche la fisica si inoltra al di là di ciò che è noto, i ricercatori riscoprono il fascino del linguaggio mitico, quello che usavano i nostri antenati prima delle vere formulazioni scientifiche” (p. 149).

Ritengo quindi - passo ad un secondo servizio che il mondo degli scienziati può rendere al mondo dei filosofi - che la scienza può prestare ai filosofi delle metafore, delle immagini poetiche, che possono aiutarli ad esprimere l’indefinibile. È almeno da Platone in poi che la filosofia ricorre alle metafore: il punto è che Platone era il primo ad avvertire quando proponeva ragionamenti logici dimostrativi e quando ricorreva a miti, a belle favole suggestive capaci più di alludere che di mostrare. Allora, ad esempio, mi pare molto bello ricorrere alla nozione di entanglement per indicare una connessione fra enti ed eventi nel cosmo, ma non perderei la lucidità di distinguere i campi in cui si tratta di una descrizione empirica (il mondo delle particelle microscopiche) e dove si tratta di una metafora poetica (il mondo della fisica classica).

c)      L’antropocentrismo e le sue caricature

Il termine antropocentrismo ritorna più volte nel libro in varie accezioni che non mi sembrano equivalenti e intercambiabili. Un primo significato è onto-cosmologico: l’essere umano è il fine dell’universo che solo con la sua comparsa (avvenuta dopo circa tredici miliardi di anni dall’inizio di questo universo) acquista senso, anzi addirittura prende coscienza di sé e trova per così dire un interprete/portavoce.

Chi rifiuti questa prima accezione forte (anzi forzuta) di antropocentrismo non è obbligato a ritenere l’essere umano privo di specificità rispetto agli altri esseri (viventi o minerali): soprattutto di autocoscienza. Lo slittamento concettuale è trasformare un dato peculiare in sintomo di supremazia: se ho un’autocoscienza che non ha (o non ha nella stessa misura) una gazzella, non vuol dire che le sia superiore o (per mantenere la metafora astronomica tolemaica) che essa debba girare intorno a me per ricevere luce e calore (cioè, fuor di metafora, senso e valore). L’autocoscienza mi rende tanto più potente quanto più pericoloso fra gli altri animali (per cui corro il rischio – che non corre la gazzella - di comportarmi in maniera irresponsabile). Le graduatorie sono relative all’unità di misura sulla cui base si costruiscono: se invece dell’autocoscienza scegliessimo la longevità o la forza fisica o la resilienza in volo…

C’è una seconda accezione del termine antropocentrismo: l’essere umano come osservatore che inevitabilmente modifica l’oggetto dell’osservazione o addirittura lo presentifica, gli conferisce consistenza reale. Qui siamo al di là del più ardito antropocentrismo: siamo in quell’antropo-teismo di cui l’idealismo post-kantiano tedesco (paradigmaticamente con Fichte a cavallo fra Settecento e Ottocento) ci ha dato l’esemplare insuperabile. Rileggiamo una poesiola ironica riportata da Bertrand Russell su Berkeley (il predecessore di Fichte, coniatore del principio esse est percipi = essere è essere percepito):

 

Si stupiva un dì un allocco

“Certo Dio trova assai sciocco

che quel pino ancora esista

se non c’è nessuno in vista”

 

RISPOSTA

“Molto sciocco, mio signore,

è soltanto il tuo stupore.

Tu non hai pensato che

se quel pino sempre c’è

è perché lo guardo io.

Ti saluto. Sono Dio”

 

 

Dietro la forma simpaticamente umoristica leggerei la tragica paradossalità della prospettiva idealistica: le cose esistono perché io le penso; ma ciò è vero se in me opera il pensiero di un Altro; dunque, alla fine, sono solo un canale, un medium, non un soggetto che pensa. L’antropo-teismo si risolve in irrilevanza dell’essere umano, organo che il Pensiero assoluto può sostituire senza difficoltà da un momento all’altro della storia.

Contro l’idealismo “magico” mi pare dunque essenziale tenersi fermi sulle posizioni (filosofiche!) di quella maggioranza di fisici attuali per i quali ciò che vale per il microcosmo (ad esempio il principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui l’osservatore modifica - per il solo fatto di osservarli - i fenomeni) non vale per il macrocosmo (e con Troisi, in una scena cinematografica celebre , possiamo rivolgerci per anni all’immagine di un santo senza modificare di un millimetro il mondo esterno).

C’è infine una terza accezione del termine antropocentrismo: l’accezione gnoseologica secondo cui io vedo della Totalità solo ciò che le mie categorie (sensoriali e concettuali) mi consentono. A me pare che si tratti di un’accezione alquanto ovvia, se non banale, ma non capisco perché non se ne muti il termine in antropo-decentrismo. Essa infatti ci dice la parzialità, la limitatezza, la perifericità conoscitiva di noi uomini, del tutto analoga alla parzialità, alla limitatezza e alla perifericità della mosca o della lince che colgono lo stesso mondo con categorie differenti dalle nostre (e da noi quasi del tutto ignote). Possiamo uscire dalla gabbia di questo pseudo-antropocentrismo (che è in realtà un antropo-morfismo o un antropo-decentrismo)? Propenderei per rispondere: no (sino a quando ci limitiamo alla conoscenza sensoriale e scientifica) e sì (nei rari casi in cui potessimo attingere a dei principi ontologici, meta-fisici e meta-scientifici). Se dico che è impossibile che uno stesso ente sia e non sia nello stesso tempo e dallo stesso punto di vista sto affermando qualcosa di soggettivo (o di valido inter-soggettivamente solo per la specie umana) o di assoluto? Non entro nella questione e per questo ho usato il congiuntivo ‘potessimo’ evitando l’indicativo (affermativo) ‘possiamo’.

d)    L’ «io» fra autopercezione psicologica e situazione ontologica

Tra le esperienze più gratificanti all’interno delle nuove prospettive scientifiche e filosofiche l’Autrice indica “quella potente sensazione di connessione e unità sperimentata in maniera diretta, come realtà più reale della vita quotidiana” in vari stati d’animo, “quando si coglie tutta l’illusorietà della distinzione tra esterno e interno, tra sé e l’altro, tra l’io e il cosmo” (p. 130). Che una simile esperienza possa essere effettiva, e causa “di gioia e di indescrivibile amore” (p. 131), non c’è dubbio. Ma le “sensazioni”, per quanto intime, sono rivelatrice di uno stato di cose oggettivo? O dobbiamo avere dei criteri esterni ai nostri stati d’animo? Può darsi che se prego ogni giorno la Madonna provi una profonda sensazione di comunione con Lei: ciò mi è sufficiente per dire che la Madonna sia ancora viva come in Palestina duemila anni fa, anzi ancor più viva di allora, e sia consapevole di essere in relazione amorevole con me?

Naturalmente ci sono persone nel mondo (direi la maggioranza assoluta) che, ritenendo impossibile attingere a criteri esterni ai nostri stati d’animo, scelgono di orientare la propria vita sulla base esclusiva di ciò che li fa sentire meglio, più in pace con sé stessi e in armonia con il resto del mondo. Altre persone siamo segnati dalla maledizione filosofica di non accontentarci di ciò che ci soddisfa psicologicamente e di cercare (forse invano) di procedere al contrario: provare prima a capire come stanno le cose ‘oggettivamente’ e poi ad adeguare allo scenario ritenuto (almeno sino a prova contraria) ‘vero’ la propria postura esistenziale e psicologica. Dunque non riteniamo vero ciò che ci fa stare bene, ma tentiamo di stare bene al cospetto di ciò che riteniamo vero, pur non essendo granché entusiasmante.

 

Augusto Cavadi

 

(“Adista/Documenti”, 2025, 39, 8 novembre)



[1] Cfr. A. Cavadi, Voglio una vita spregiudicata. La filosofia come spiritualità per chi ritiene di non averne alcuna , Diogene Multimedia, Bologna 2020 e i volumi della Collana Oltre le religioni, Gabrielli Editori (San Pietro in Cariano), di cui proprio Claudia Fanti è co-curatrice con vari autori.

[2] Un po’ più su queste riflessioni di S. Kaufmann nel capitolo “Il sacro fuori dal tempio” del mio O religione o ateismo? La spiritualità ‘laica’ come fondamento comune, Algra Editore, Viagrande 2021 (pp. 59 – 66).

mercoledì 10 dicembre 2025

E’ DIFFICILE FARE LE COSE DIFFICILI. MA BISOGNA PROVARCI LO STESSO.

 

Terzo commento richiestomi dall’agenzia di stampa “Adista”

per la rubrica “Fuori dal tempio”

Domenica 14 dicembre 2025     

 TERZA DOMENICA DI AVVENTO

MT 11, 2 – 11


Una nota storiella ebraica racconta del rabbino che ogni mattina si affaccia alla finestra per vedere se per caso sia arrivato il Messia. Puntualmente osserva ciò che avviene per le strade del mondo: i ciechi continuano a non vedere, gli zoppi a zoppicare, i lebbrosi a mostrare orribili piaghe, i sordi a non sentire, i morti a giacere sotterra e i poveri a intristire nella miseria. E allora richiude le imposte e amaramente conclude: “Neppure oggi è arrivato il Messia”.

Il vangelo odierno racconta esattamente il contrario: a Giovanni Battista si riferisca che i ciechi vedono, gli zoppi saltellano, i lebbrosi si trovano una pelle liscia da bambini, i sordi odono, i morti sono tornati a passeggiare nel loro quartiere e i poveri hanno ripreso il coraggio di liberarsi dalla loro schiavitù. Sì, glielo si riferisca ed egli capirà che l’attesa del Messia si è finalmente, e gioiosamente, conclusa.

Dopo duemila anni di tragedie storiche, di cui le varie Chiese cristiane sono state spettatrici e in molti casi attrici, a quale delle due narrazioni credere?

Sul piano dei fatti, degli eventi empiricamente registrabili, non mi pare che ci siano dubbi: mutano le culture, mutano le religioni, mutano le giustificazioni ideologiche, ma la marea della sofferenza totale permane costante. Nel micro della quotidianità ha ragione l’ironia di Marcello Marchesi: “Che bella cosa il progresso! Si vive più a lungo, si muore più spesso!”. Nel macro planetario è più arduo ironizzare: infatti ai progressi in un campo, ad esempio l’ambito medico-scientifico, corrispondono regressi in altri campi, ad esempio quello economico, dove al diminuire della povertà assoluta corrisponde l’aumento della povertà relativa (senza contare quelle aree del mondo in cui le monocolture intensive su scala industriale sradicano le pluricolture a regime familiare che garantivano una sobria, ma stabile, autosufficienza alimentare).

Se i dati oggettivi sono questi, non restano che due vie (a mio avviso, nonostante le apparenze, compatibili e integrabili).

La prima la indica una ‘variante’ della storiella ebraica precedente. Aaron Funkelstein, rabbino a Leopoli,  malinconicamente si alzava ogni mattina, malinconicamente andava alla finestra e malinconicamente diceva: «Il Messia non è venuto perché nulla vedo di cambiato». Una mattina andò alla finestra e disse: «Se anche il Messia viene, non è detto che cambi qualcosa». Da quel momento smise di andare ogni giorno alla finestra e di essere malinconico. E’ l’accettazione del tramonto definitivo di un messianismo ingenuo che attende - si potrebbe dire in un orizzonte teistico - la salvezza dall’Altro e dall’Alto.

La seconda via è d’intendere la pagina di Matteo (come tante altre dei vangeli canonici ed extra-canonici, a cominciare dal Discorso della Montagna con la proclamazione delle beatitudini) più come un sogno, o un progetto, che come un resoconto storiografico. Quando Matteo redige il suo testo sono trascorsi 40/50 anni dal passaggio terreno del Maestro: la vita collettiva non è stata stravolta in meglio, ma la speranza da lui accesa continua a brillare. Ora che di anni ne sono trascorsi due migliaia, possiamo apprezzare la lezione del rabbino di Leopoli: è sterile attendere irruzioni miracolistiche del divino e rosolarci nella delusione. Se non vogliamo cedere alla disperazione (e non ce ne mancherebbero i motivi!) dobbiamo intendere l’apporto del Messia (forse, meglio, dei tanti Inviati di Dio nella storia delle civiltà lungo i secoli) come l’offerta di una proposta, di un seme, di una piccola luce. In una prospettiva - che potremmo denominare post-teistica o trans-teistica - spetta a noi rendere attuale la rivoluzione messianica, come raccomanda in una sua Lettera ai bambini (aggiungo: di ogni età) il geniale Gianni Rodari: “E’ difficile fare/ le cose difficili:/ parlare al sordo,/ mostrare la rosa al cieco./ Bambini, imparate/ a fare le cose difficili:/ dare la mano al cieco,/ cantare per il sordo,/ liberare gli schiavi/ che si credono liberi”.

Augusto Cavadi

“Adista/Notizie”, n. 14 del 15.11.2025

lunedì 8 dicembre 2025

La mcdonaldizzazione delle tradizioni culinarie

Ci sono molte maniere per livellare – omogeneizzandole – le tradizioni culinarie dei vari Paesi. Tra queste strategie (non proprio disinteressate: Mc Donald o KFC lo attestano) domina l’elevazione all’ennesima potenza delle carni. La Sicilia non fa eccezione rispetto a questo risvolto della globalizzazione. Sino ai tempi dei miei genitori – media borghesia professionale – la dieta settimanale prevedeva il consumo di carne una volta la domenica (un lusso che la maggioranza della popolazione poteva permettersi solo poche volte l’anno). Per il resto? Cereali, uova, formaggi, ortaggi, verdure, frutta… venivano cucinati in maniera tanto fantasiosa quanto appetitosa. Oggi mangiamo proteine animali in cento modalità, dal prosciutto del sandwich mattutino alla fettina del pranzo sino al salame della sera. Con che effetti sul benessere degli altri esseri senzienti, dell’equilibrio ecologico e della nostra stessa salute psico-fisica?

 

Augusto Cavadi

“Gattopardo/ Sicilia”

Ottobre 2025


giovedì 4 dicembre 2025

LE ESIGENZE EVANGELICHE RIDOTTE A PAPPETTA

Qui il commento (richiestomi da "Adista" per la rubrica "Fuori tempio") al brano del vangelo (Mt 3,1-12)  della II Domenica di avvento:


Il profeta deve sforzarsi di parlare a tutti, ma anche guardarsi dalla tentazione di accettare il consenso indiscriminato dei suoi interlocutori. Questo almeno sembra insegnare la vicenda di Giovanni Battista. Secondo il brano matteano di oggi, egli  predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» e da «Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati».

Se fosse stato come molti politici odierni (ma forse di sempre!) si sarebbe rallegrato di tanto consenso, senza andare troppo per il sottile. Ma, poiché intendeva servire la Causa e non servirsene a proprio vantaggio, cerca di capire se tutti quelli che lo applaudono siano sinceri, in buona fede: se davvero intendano cambiare mente (metanoia) per cambiare vita. A torto o a ragione, suppone che “molti farisei e sadducei” accorressero per motivi equivoci: per abbellire la propria immagine pubblica; o per lavarsi la coscienza a poco prezzo; o per confermare a sé stessi e alla società di essere dei figli prediletti di Abramo. E, di conseguenza, esplode: un po’ d’acqua sul capo, anzi neanche una doccia completa,  avranno efficacia nulla se non accompagnate e seguite da buoni frutti!

Per chi è nato e vissuto in tradizioni religiose dove predomina largamente il battesimo dei neonati può riuscire per molti versi difficile sintonizzarsi con la vivace preoccupazione del Battista (e forse potrà sembrare meno difficile man mano che la secolarizzazione diminuirà fortemente la pratica del pedo-battesimo e anche nelle chiese cattoliche saranno più numerosi i battezzati in età adulta per scelta personale consapevole). Ma, per altri versi, la situazione non mi pare molto differente dalle assemblee liturgiche delle varie chiese cristiane, sia storiche che di recente costituzione.

Chi convoca e presiede gli incontri domenicali è insidiato dalla tentazione della statistica: “Questa domenica ho un po’ più gente della scorsa settimana” o “Nella mia chiesa si raduna il doppio dei fedeli che il parroco o il pastore o il predicatore del quartiere vicino riesce ad attrarre”. Nella misura in cui cedesse a questa tentazione del successo, del proselitismo, difficilmente rischierebbe di perdere ‘clienti’ per fedeltà al vangelo. Difficilmente, a Napoli o a Palermo, chiederebbe ai presenti quanti di loro sono vicini ai negozianti che, apertamente, si rifiutano di pagare il pizzo ai mafiosi e per solidarietà non solo non li isolano, ma anzi ne incrementano gli affari. O, a Varese o a Treviso, quanti trattano gli operai che lavorano alle loro dipendenze – soprattutto se sono di origine straniera - rispettando le leggi e ancor più l’equità (nei casi in cui – come per ora la normativa sul “salario minimo” – il diritto vigente è ancora inadeguato  alla giustizia sostanziale). O, a Sondrio o a Reggio Calabria, quanti, ancora, si preoccupano di testimoniare ai figli e ai nipoti la necessità di riservare, nel vortice degli impegni quotidiani, delle piccole pause di silenzio, di riflessione, di lettura. O, a Genova o a Bari, quanti si preoccupano del “Bene comune” – della qualità della vita della polis - sia informandosi sulle iniziative degli amministratori sia partecipando a qualche incontro pubblico sia curando piccoli e grandi gesti a difesa dell’ambiente…

Certo, così facendo, si rischierebbe di infastidire più di un ‘fedele’, inducendolo magari a cambiare assemblea domenicale. Ma, forse ingenuamente, suppongo che il numero degli auto-esodati sarebbe compensato da new entry, provenienti da ‘parrocchie’ dove si riesce nel miracolo di rendere inoffensiva la proposta sconvolgente di Gesù trasformandola in pappetta omogeneizzata digeribile anche dagli stomaci più delicati.

Augusto Cavadi

"Adista-Notizie", n. 39 dell'8.11.2025

mercoledì 3 dicembre 2025

DA MARCEL PROUST, "ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO. LA STRADA DI SWANN", EINAUDI, TORINO 1965

 "I domestici avevano messo dentro precipitosamente le seggiole, ché, quando i corazzieri sfilavano per la rue Sainte-Hildegarde, la occupavano per intero in larghezza, e il galoppo dei cavalli rasentava le case, coprendo i marciapiedi sommersi come sponde che offrano un letto troppo angusto all'irrompere di un torrente.

- Poveri ragazzi, - diceva Francoise, appena arrivata al cancello e già in lacrime, - povera gioventù che sarà falciata via come un prato; solo a pensarci, ne son tutta scossa, - soggiungeva mettendosi la mano sul cuore, là dove aveva sentito la 'scossa'.

- E' bello, vero, signora Francoise, vedere dei giovani che alla vita non ci tengono? - diceva il giardiniere per farla 'saltar su'.

Non avena parlato inutilmente:

- Non tenerci alla vita? E di che curarsi allora, se non della vita, il solo dono che il buon Dio non fa mai due volte? Ah, mio Dio! E' pure vero che non se ne curano! Li ho visti nel Settanta; non hanno più paura della morte, in quelle sciagurate guerre; non sono né più né meno che dei pazzi; e poi non valgon più la corda per impiccarli, non sono uomini, sono leoni -. (Per Francoise il paragone d'un uomo con un leone, che pronunciava le-o-ne, non aveva niente di lusinghiero).

(...)

Il giardiniere era convinto che alla dichiarazione di guerra avrebbero fermato tutti i treni.

- Diamine, perché non si scappi, - diceva Francoise.

E il giardiniere: - Ah, son furbi, - poiché a suo giudizio la guerra non era che una specie di brutto tiro che il governo cercava di giocare al popolo, e, se fosse stato possibile, nessuno avrebbe rinunciato a squagliarsela"

(pp. 95 - 97 - traduzione di Natalia Ginzburg)

martedì 2 dicembre 2025

LA FEDE PIU’ CHE LE CREDENZE: MA QUALE FEDE?


www.adista.it

29.11.2025

LA FEDE PIU’ CHE LE CREDENZE: MA QUALE FEDE?

Nella recensione del volume di Edoardo Castagna, Ad extra. Cattolici e cultura: un dibattito (Avvenire-Vita e pensiero, 2025, Milano, 15€ : vedi “Adista- Segni nuovi”, 42, del 29.11.25: https://www.adista.it/articolo/74906), Walter Minnella e Gianfranco Poma,  dopo aver  riportato una sintesi della situazione attuale della Chiesa cattolica  del teologo milanese Pierangelo Sequeri (“molta morale, poca comunità, zero cultura”) aggiungono che gradirebbero “sentire il parere di qualche lettore”. Suppongo che la reazione della maggior parte dei lettori non possa che essere di consenziente approvazione. Ma se è agevole l’accordo sulla diagnosi, forse non lo è altrettanto sulle terapie possibili.

I due autori della recensione, ad esempio, citano Marco Vannini che da decenni propone di “distinguere la fede dalle credenze: queste ultime sono storiche, la fede è metastorica (va al di là della storia)”. Così formulata mi risuona come una ricetta perfetta. Ma cosa intendere per “fede”? Qui si prospettano - mi esprimo per sommi capi – due vie principali.

Vannini, come altri ammirevoli esponenti della medesima prospettiva, pensano alla vita mistica in generale e a all’esperienza dell’identificazione con l’Uno-Tutto in particolare. Questa interpretazione, degna del massimo rispetto, presenta a mio parere alcuni limiti: a) non è biblicamente fondata (per quanto ne sappiamo né i profeti né Gesù l’hanno adottata e proposta); b) non si presta ad essere accolta da quelle aree sociali che si sono allontanate dalla Chiesa cattolica. Chi si riconosce in tale interpretazione dovrebbe chiarire, con la massima onestà intellettuale, che si tratta di una proposta teoretico-metafisica di ascendenze pre-cristiane (in Occidente) ed extra-cristiane (in Oriente): dunque una proposta accettabile in un’ottica di libertà pluralistica ma che non va considerata la migliore – anzi, l’unica – modalità di vivere la “fede” cristiana.

Molto più fedele ai dati biblici, e in particolare alla testimonianza del Gesù narrato dagli evangelisti (canonici e non), è un’altra visione della “fede”: l’atteggiamento di chi, aperto al volere divino, si dedica fattivamente alla realizzazione del “regno di Dio” nella storia. La fede come solidarietà nei confronti del debole, dell’oppresso, dell’emarginato: come autodonazione gratuita, “a perdere”. Come agape. Questa interpretazione mi parrebbe preferibile non solo perché più tipicamente (anche se non esclusivamente!) cristiana, ma anche perché “laica” nell’accezione etimologica di “popolare”: tale da poter essere accolta da fasce sociali indifferenti sia alla vecchia tradizione della “catechesi” dottrinaria che alla fascinazione dell’unione mistica.

Chiarita la differenza fra i due “fuochi” andrebbero sciorinate una serie lunga di precisazioni. Mi limito a due.

La prima: non solo il papa “eretico” Francesco, ma anche l’ “ortodosso” Leone XIV insistono nell’identificare la fede autentica con l’agape folle (vedi, ad esempio, la prima Lettera apostolica del nuovo papa, Dilexi te che liquida la falsa opposizione fra “verticale” e “orizzontale”: dedicarsi a chi soffre è una scelta teologica, non un’opzione sociologica).  Basterà questo per attrarre le masse in esilio dai confini ecclesiali? Se la filantropia sarà praticata effettivamente – e se sarà praticata senza la furbizia strategica di usarla come ponte per riportare i fuoriusciti dentro l’Istituzione dogmatica e gerarchica – lo si può sperare. Ma proprio il primato dell’amore a trecentosessanta gradi scompiglia le carte, abbatte i confini: nessuno saprà mai chi è “dentro” e chi è “fuori” e, alla fin dei conti, non avrà nessuna importanza saperlo.

La seconda precisazione tende a recuperare il valido, anzi l’indispensabile, dell’interpretazione “mistica”. Amare – ci ha insegnato molti decenni fa Erich Fromm – è un’arte. Le chiese, proprio se vorranno essere centrali operative di servizio alla società, dovranno essere contestualmente spazi di silenzio, di studio serio della Bibbia e di tutte le sapienze dell’umanità, di meditazione personale e comunitaria, di nuove liturgie depurate da ogni linguaggio “teistico”. La dimensione spirituale, culturale e cultuale, è una dimensione antropologica costitutiva: il cristiano, che in quanto tale è proiettato nella liberazione integrale dei fratelli di tutto il pianeta e del pianeta stesso, non può trascurare la radice e la fonte interiore del suo impegno.  Per citare Knitter, Buddha e Gesù non solo non si escludono, ma si integrano vicendevolmente.

Augusto Cavadi