Con la tenacia dell’apostolo, tanto più
attivo quanto meno ascoltato,Maurizio Pallante ha dato alle stampe l’ennesimo
volume: Liberi dal pensiero unico. La rivoluzione culturale della
spiritualità (Lindau,Torino 2024, pp. 131, euro 12,00). In queste pagine
egli ribadisce i temi che nei decenni lo hanno reso l’esponente italiano più
noto della “decrescita felice”: più noto, ma fuori dai circuiti mediatici
televisivi e radiofonici. E si intuisce facilmente la ragione di questa conventio
ad excludendum: chi invita a disertare il consumismo offre il petto al
complesso industriale-commerciale egemone; se poi aggiunge che il mito della
crescita illimitata (fondato sulla falsa equazione progresso = sviluppo) è
perseguito unanimemente da partiti di Destra, di Centro e di Sinistra si espone
al fuoco incrociato (o peggio: alla damnatio memoriae) degli
schieramenti politici che si alternano al governo e all’opposizione
parlamentare.
Della nutrita e nutriente lista delle sue
indicazioni critiche e delle sue proposte costruttive vorrei qui limitarmi a
evocare i passaggi che giustificano il sottotitolo: “Al contrario di quanto si
crede, la dipendenza dal consumismo genera una frustrazione permanente, perché
la continua immissione sul mercato di prodotti innovativi rende sempre più
breve la soddisfazione offerta dall’atto di acquistare, mantenendone inalterato
il richiamo. L’unica forza in grado di rompere questo incantesimo è la spiritualità”
(p. 15).
Pallante invoca dunque un ritorno alla
pratica religiosa confessionale-istituzionale (in calo progressivo) o, almeno,
a una qualche forma di religiosità panteistica? No. O non necessariamente. Egli
pensa a una spiritualità laica che si fonda sulla “capacità di cogliere la
meraviglia racchiusa nell’ordinario della vita: in ogni fenomeno naturale, nei
paesaggi, nelle stagioni; è la capacità di percepire i legami di reciproca
interdipendenza che connettono la specie umana con tutte le altre specie
animali e vegetali, d’immedesimarsi nella sofferenza e nella gioia di altri
esseri viventi. La spiritualità fa perdere la cognizione dello spazio e del
tempo ascoltando una sinfonia, incantandosi davanti a un quadro, leggendo una
poesia, impegnandosi a capire che una scoperta scientifica, meditando, pregando
se si ha una fede” (pp. 15 – 16).
Questa spiritualità basica, elementare,
che si ritrova in persone atee, agnostiche e credenti in senso teologico,
difetta però in troppe altre persone che si dicono atee, agnostiche e credenti:
per questo, come ricorda l’autore citando Norberto Bobbio, il filosofo torinese
sosteneva che “la differenza non è tra il credente e il non credente”, ma “tra
chi prende sul serio” le questioni esistenziali ed etiche e chi non se ne
preoccupa minimamente, “si accontenta di risposte facili” e gli “basta ripetere
ciò che gli è stato detti fin da bambino” (pp. 43 – 44). Senza il gusto della
moderazione, la sobrietà dei costumi, l’austerità nei consumi non è possibile
una società socialista (lo ricordò forse troppo tardi Enrico Berlinguer) né
tanto meno una società improntata allo spirito del Vangelo.
Pallante rilancia le avvertenze di Pier Paolo Pasolini alla Chiesa cattolica degli anni post-conciliari di Paolo VI (e che non hanno certo perso di attualità con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI): se essa si preoccupa di lingue liturgiche o di questioni sessuali, senza contrastare il “pensiero unico” che fa della “crescita della produzione di merci e dei consumi” “l’indicatore del benessere di un Paese” (p. 56) si condanna alla “propria liquidazione”. Essa potrebbe evitare di precipitare nella totale irrilevanza sociologica a cui sembra irreversibilmente destinata se si auto-costituisse come “la guida grandiosa, ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante. […] E’ questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta” (p. 57). Che vediamo, invece, nel modo di pensare e di vivere dei vertici vaticani? Quale attenzione a evitare i consumi superflui, lo spreco del cibo a tavola e dell’acqua potabile nelle docce, il dispendio dell’energia elettrica nelle curie vescovili, nei seminari, nei conventi femminili, nelle scuole cattoliche, nei sinodi e nei mega-convegni internazionali di teologia, nella quotidianità delle famiglie vicine alle parrocchie? Vegetariani e vegani (addolorati per le stragi natalizie e pasquali di agnellini e di ogni altro esserino vivente indifeso) sono minoranze trascurabili trattate con un misto di curiosità per l’esotico e di commiserazione per l’idealismo fuori dalla storia. I preti – specie i più giovani - sono di solito tra i primi nel proprio ambiente ad acquistare l’ultimo modello di automobile o di cellulare né devono minimamente giustificarsi agli occhi dei fedeli che ne condividono totalmente la filosofia edonistica: anzi, così dimostrano di essere al passo coi tempi e in sintonia con la mentalità dei laici di cui si curano pastoralmente.
Augusto Cavadi
* Per la versione originaria ciccare qui: https://www.adista.it/articolo/75001
1 commento:
Ciao Augusto,
Ti ringrazio per la tua bella recensione al mio libretto. Ciò che mi ha fatto particolarmente piacere è aver ritrovato la tua profonda sintonia con i valori a cui ho improntato le mie scelte di vita.
Un abbraccio
Maurizio
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