venerdì 12 novembre 2004

DIALOGO FRA RELIGIONI


“Repubblica – Palermo” 12.11.04

Augusto Cavadi


L’abbraccio tra islam e cristianesimo 

Venerdì 12 novembre: per molti una data come tante. Ma per centinaia di migliaia di cittadini italiani  - per  decine di migliaia di siciliani – coincide con una festa rilevante: la conclusione del Ramadan, periodo sacro di digiuno e preghiera. Per l’islamismo, qualcosa di paragonabile solo al nostro Natale o alla nostra Pasqua. Opportunamente, dunque, questo giorno è stato prescelto come Giornata nazionale per il dialogo cristiano - islamico: preziosa occasione per approfondire la reciproca conoscenza fra le due religioni e, conseguentemente, fra le diverse civiltà da esse influenzate – nel bene  e nel male - profondamente.

Già, perché si parte già col piede sbagliato se si ignorano questi due dati storici evidenti. Primo: l’islamismo non è identificabile con una civiltà (si è inculturato nella civiltà araba, ma anche in quella persiana, turca, indiana, palestinese, sudanese, egiziana, pakistana…) proprio come il cristianesimo, originatosi in ambiente ebraico, si è incarnato – modificandosi variamente – nella cultura greca, romana, franca, germanica, iberica, russa, sudamericana…Parlare di “scontro di civiltà”, a proposito di cristianesimo e islamismo, è  scorretto - prima che politicamente -  dal punto di vista storico.

Il secondo dato indiscutibile è che l’islamismo non è stato solo foriero di perversioni morali (spirito di intolleranza, aggressività verso gli infedeli, censure intellettuali, tendenze antifemministe, repressioni contro gli omosessuali) ma anche di elevazione culturale ed etica (studio scientifico della natura, solidarietà con i ceti più disagiati, contemplazione poetica, produzione artistica): esattamente come il cristianesimo è stato ispiratore di progressi civili ma anche di terribili oscurantismi. Non si può dunque affrontare il confronto con l’islamismo nel presupposto, più o meno tacito, che ‘noi’ illuminati ci degniamo di dialogare con ‘loro’, poveri barbari arretrati: gli uni e gli altri, infatti, abbiamo tanto meriti da  rivendicare quanto scheletri negli armadi. Sia all’interno delle diverse confessioni islamiche che all’interno delle diverse confessioni cristiane passa il confine davvero decisivo: fra fondamentalisti (integralisti e intolleranti) e spiriti autenticamente religiosi (dunque laicamente disposti all’autocritica, per quanto riguarda il passato, e aperti – nel presente - alla collaborazione con tutti gli uomini di retta volontà); fra chi  è prigioniero delle proprie tradizioni tribali e vuole usare il terrore per esportarle e chi, senza rinnegare una virgola del proprio patrimonio culturale, accetta come una conquista del progresso umano le regole del pluralismo e della democrazia.Che la questione della reciproca conoscenza fra cristiani ed islamici sia di particolare urgenza in Sicilia, dove cittadine come Mazara del Vallo sperimentano da decenni interessanti forme di integrazione solidale, è testimoniato da diverse iniziative di cui l’opinione pubblica non sempre è adeguatamente informata.Nel febbraio del 2004, ad esempio, la Facoltà teologica di Sicilia ha pubblicato con le Edizioni Paoline un testo (commissionato dalla Conferenza episcopale regionale) - Per un discernimento cristiano sull’Islam – che, pur con qualche reticenza di troppo, invita preti e laici credenti a moltiplicare, “in ogni diocesi, comunità e movimento”, le occasioni di formazione per “comprendere gli enunciati fondamentali dell’Islam”: sì da procurarsi “una conoscenza solida anche sotto il profilo linguistico, per un confronto delle tradizioni e dei principali testi di ogni confessione religiosa” - non solo cristiana ed islamica, ma anche ebraica – “nelle rispettive lingue originarie”.Amministratori illuminati, come il sindaco di Favara, hanno anche saputo dare concretezza a questa volontà di dialogo: dopo aver creato “Il giardino di Abid ” in onore del tunisino che si è sacrificato per salvare dei bagnanti siciliani (meritando la medaglia d’oro al valor civile), ha stipulato un gemellaggio con Menzel Temine, la città originaria del valoroso immigrato. Ha anche proposto, suscitando qualche polemica provinciale, la costruzione di un “Tempio della pace” aperto a chiunque voglia usarlo per incontri religiosi e celebrazioni spirituali. Nei prossimi giorni, infine,  si recherà in visita nel paese africano ‘gemello’ per realizzare i primi passaggi di un progetto di sviluppo finanziato dall’Unione europea. Sempre nei prossimi giorni (più esattamente: dal 14 al 17 novembre) il Ciss   - l’associazione palermitana che da decenni opera per la cooperazione internazionale fra i Sud del mondo – realizzerà la Prima rassegna di videodocumentari dedicati, in modo particolare, alla condizione dei rifugiati e degli immigrati in Sicilia.Proprio domani, infine,  nell’ambito di un convegno organizzato all’Hotel Costa Verde di Cefalù dalle cattolicissime ‘Comunità missionarie del Vangelo’, è previsto l’intervento di Khalid Chaouki, presidente dell’associazione italiana dei giovani musulmani. Gli è stato chiesto di parlare su “Islam e cristianesimo: un dialogo alla prova”, ma senza dimenticare di inquadrare la sua relazione all’interno del tema generale del convegno interreligioso, dal titolo sin troppo eloquente: E se Dio rifiuta la religione? Già, perché fra tante prospettive sulle religioni, sarebbe interessante tentare di riflettere  - almeno qualche volta –  dal punto di vista di Uno che ne sa qualcosa. Può darsi che, come si dice familiarmente, se ne vedrebbero delle belle. 

MAFIA E POLITICA


Centonove 12.11.04

Augusto Cavadi


AMICI COME PRIMA. ANZI, DI PIU’

Per quanto tecnicamente impossibile da seguire, darei al lettore un consiglio preliminare: evitare di leggere il nome dell’autore prima del libro. O, se proprio è inevitabile, non sciogliere il dubbio se si tratti dell’ex-segretario regionale siciliano (e attuale deputato dell’Ars) di Rifondazione comunista o di padre Pio da Pietralcina. Il principale merito del volume, infatti, è di lasciar parlare gli eventi, mettendo fra parentesi (per quanto è possibile) precomprensioni ideologiche e ottiche di parte. Di quali eventi si tratta? Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe in base al sottotitolo (Storie di mafia e politica nella Seconda Repubblica),  l’ambito della trattazione è più circoscritto: sono storie di mafia e politica della “Seconda Regione” (p. 52) dal 22 ottobre 1999 al febbraio del 2004 (proscioglimento del diessino Mirello Crisafulli dalle accuse di complicità con ambienti mafiosi).

Perché proprio quella data di partenza? Perché “quel giorno segna una svolta” (p. 21): l’onorevole Giulio Andreotti viene assolto in primo grado dall’accusa di concorso in associazione mafiosa. “Una filosofia e una pratica del potere” (p. 22) – sia pure riprodotte in formato ‘bonsai’ e tradotte in dialetto – vengono riabilitate. Dall’andreottismo al cuffarismo: “Evvai!”, commenterebbe l’avvocatessa Bongiorno del collegio di difesa schierato contro la “procura della Repubblica rossa diretta da Giancarlo Caselli” (p. 21).

Da quel momento magistrati inquirenti, giornalisti, opinionisti e magistrati giudicanti non si stancano di registrare episodi incredibili di malcostume (che Forgione ha il merito di inanellare in sequenza cronologica sottraendoli all’oblìo inevitabile del lettore medio): viene arrestato Rosario Lo Bue (“il reggente di decine e decine di ettari di terreno di proprietà di Totò Riina”) e si scopre che il fratello è “campiere e reggente di tutti i terreni e delle proprietà”  del presidente della Regione Giuseppe Provenzano “nel territorio di Corleone” (p. 59); a Trapani, invece, la potente famiglia del senatore Tonino d’Alì,  “sottosegretario all’Interno con la delega alle prefetture” del governo Berlusconi bis (p. 66) , preferisce scegliere -  come “reggente delle terre e delle tenute (…) in contrada Zangara a Castelvetrano” – “uno dei patriarchi della mafia trapanese, Francesco Messina Denaro” (p. 64). Che la mafia si rapporti costitutivamente  con i politici, non è una novità: senza questa connessione sarebbe una delle tante associazioni criminali che infettano il pianeta. Nuovo è invece il fenomeno per cui molti mafiosi, non fidandosi abbastanza dei politici, imitino la scelta di alcuni imprenditori del Nord quando non si sono neppure loro fidati dei referenti politici: scendono, personalmente e direttamente, in campo. Così, a Favara, Giuseppe Nobile, “un medico analista con il pallino della politica” (p. 71), occupa contemporaneamente la poltrona di “rappresentante del mandamento di Favara” nella “cupola” agrigentina e di “presidente della Commissione provinciale per lo sviluppo economico e produttivo” (p. 72). Qualcosa di inquietantemente simile a Pantelleria dove il sindaco Alberto Di Marzo viene accusato, e condannato, perché gestiva – contemporaneamente – “il bilancio del Comune” e “il libro mastro del racket delle estorsioni nell’isola” (p. 110).

Impossibile rievocare tutti gli altri episodi pazientemente ricostruiti dall’autore. Chi vorrà, potrà ripercorrerli con agio sfogliando il libro. E magari arrivare alla conclusione bipartisan che politica ed etica non si identificano: nelle questioni politiche si può e si deve essere “elastici”, ma quando si toccano le corde dell’etica non si può non essere rigorosi e intransigenti. 

venerdì 5 novembre 2004

SPAZI PUBBLICI USI PRIVATI


Repubblica – Palermo 5.11.04

Augusto Cavadi


QUEGLI ALTOPARLANTI AL CIMITERO

Alle pendici di monte Pellegrino, fra le borgate marinare dell’Arenella e di Vergine Maria, si adagia il suggestivo cimitero dei Rotoli. E’ uno dei due più vasti camposanti della città e, come è uso fra noi siciliani, in questi giorni riceve la visita di migliaia di pellegrini. La pietas verso i defunti s’intreccia, sottilmente, con la necrofilia: l’osservatore stenta a decidersi fra il compiacimento e il rammarico. Ci si aspetterebbe che, almeno in questo segmento di tempo, il frastuono abituale (più di un ospite me lo ha fatto notare: Palermo non conosce le pause di silenzio delle altre città europee) cessasse. E con esso gli alterchi: effettivi, recitati, circoscritti, amplificati…Ma non è così. Ogni domenica il traffico enorme di automobili e di mezzi pubblici non è regolato dall’ombra di un vigile urbano. Se non fosse per i posteggiatori abusivi - qui un po’ meno arroganti e un po’ più efficienti perché giovani immigrati di colore nero – che gestiscono a modo loro il viavai, il caos sarebbe totale. In questi giorni eccezionali, qualche casco bianco lo si intravede: ma si tratta di presenze del tutto insufficienti rispetto alle necessità. Nessuno di loro, poi, osa obiettare qualcosa ai numerosissimi clienti che decidono di acquistare i fiori, di farsi prestare gli annaffiatoi, di restituire gli annaffiatoi ricevuti in prestito, senza mollare per un solo momento il volante dell’automobile. Anche a costo di creare ingorghi terrificanti e attese snervanti.

Superate le barriere dei metalli semoventi e dei loro gas asfissianti, una volta guadagnati i viali interni ti aspetteresti finalmente un po’ di pace. Temporanea, in attesa di quella definitiva.  Ma anche questa aspettativa è condannata a rimanere delusa. Per ben tre o quattro volte, infatti, degli altoparlanti attivati al massimo della loro potenza diffondono  - in maniera tale che nessun angolo del cimitero, anzi nessun angolo delle borgate limitrofe possa sfuggirvi -  le voci osannanti dei fedeli e quelle roboanti dei predicatori di turno. Sei un credente cattolico e hai già partecipato altrove ad una liturgia? Sei credente ma non cattolico e intendi partecipare, in un altro momento,  alla liturgia della tua chiesa? Non sei né cattolico né credente e non desideri partecipare a nessuna liturgia ma, solo, meditare in raccoglimento sulla tomba dei tuoi cari? Nessuna di queste ipotesi è contemplata. O, se prevista, sovranamente snobbata. Una volta che varchi la soglia del camposanto, devi – volente o nolente – essere coinvolto nella preghiera di quella sparuta minoranza di fedeli che, per ragioni rispettabilissime, hanno scelto quel luogo e quell’ora per onorare il loro Dio (senza preoccuparsi, altrettanto, di rispettare il loro prossimo).

Tutto questo sarebbe normale se quello spazio fosse – come, almeno sulla carta, non è – lo spazio privato di una determinata comunità religiosa. Ma si dà il caso che sia  - o sarebbe – del Comune di Palermo: dunque pubblico, laico, aconfessionale. Non so se in tutti i Paesi a maggioranza musulmana (per esempio anche in Turchia) avvenga ciò che mi ha impressionato in Iran: che all’ora della preghiera, gli altoparlanti delle moschee debbano invadere gli ambiti civili della piazza, del mercato, degli uffici per ricordare – imperiosamente – i doveri religiosi. So solo che ormai da mille anni la Sicilia non è più una regione a maggioranza islamica. Normanni e svevi, angioini e aragonesi, borboni e garibaldini non dovrebbero esser passati invano: almeno dall’illuminismo in poi, e soprattutto dall’entrata in vigore della costituzione repubblicana, dovrebbe essere chiara la demarcazione fra pubblico e privato. L’amministrazione municipale, specie se in mano a rappresentanti del pensiero liberale moderno, anzi post-moderno, dovrebbe garantire a ciascun cittadino il diritto di praticare la propria religione come quello di non praticarne alcuna. Dovrebbe incarnare l’ideale cavouriano di una libera Chiesa in un libero Stato. Dovrebbe rendere attuabile per ogni cittadino il desiderio di esprimere la propria fede, a patto di non intralciare l’analogo desiderio di ogni altro. Almeno una volta l’anno. Almeno di fronte a quel mistero della morte che – per riprendere la delicata poesia di Totò de Curtis – come una “livella” sfronda gli umani dalle differenze secondarie e dagli ingiusti privilegi.

venerdì 29 ottobre 2004

LE REGOLE DELLA CHIESA


Centonove 29.10.04

Augusto Cavadi 


Chiesa, due pesi e due misure 

Anche con la migliore benevolenza del mondo, a leggere le notizie di questi giorni difficilmente si può evitare di chiedersi: “Ma la chiesa cattolica siciliana sta perdendo la bussola?”. Da una parte si legge che il direttore del coro della cattedrale di Palermo viene licenziato (non in senso giuridico: prestava gratuitamente la sua opera a titolo di volontariato) perché nelle alte sfere della gerarchia non si accetta il suo status di divorziato; dall’altra parte, però, il prete – reo confesso di abusi sessuali su minori, consumati approfittando del suo ruolo sacerdotale – viene riammesso, dopo la condanna concordata col Tribunale statale, all’esercizio delle sue precedenti funzioni.

La prima osservazione che sale in gola, dalla pancia, è che ci troviamo di fronte ad un fenomeno di schizofrenia istituzionale: detto in soldoni, che si usano due pesi e due misure. Rigore quasi spietato per chi non è riuscito a ‘salvare’ il matrimonio (senza neppure chiedersi se si tratti di un coniuge che ha proposto la separazione o che l’abbia subìta); comprensione e fiducia, quasi offensive per i ragazzi che avevano avuto il coraggio di denunziare il prete, nel secondo caso.

Già questa disparità di criteri sarebbe inquietante se si trattasse di due ‘reati’ equipollenti; addirittura insopportabile risulta, per una coscienza etica, se si considera che è stato trattato più duramente il caso meno grave (il coniuge divorziato) e con più elasticità il caso più grave (il pastore pedofilo).

Immagino facilmente l’obiezione cui va incontro chi esterna il proprio stupore amareggiato: ma a noi cosa interessa? Sono faccende interne ad una comunità religiosa: riguardano solo quanti vi si riconoscono. Peggio per chi ci resta, se vi appartiene da bambino; o per chi vi sia entrato da adulto.

L’obiezione ha un suo fondamento, ma accettarla sino in fondo porterebbe a quella totale incomunicabilità fra sfera ecclesiale e sfera civile che non giova alla maturazione né della chiesa né della società. Nella realtà, al contrario, la stragrande maggioranza dei cattolici non rinunzia all’esercizio del proprio senso critico né, d’altra parte, la stragrande maggioranza dei laici è disposta a rinunziare al diritto di critica su ciò che avviene all’interno della comunità cattolica o islamica o new age.   

In forza del diritto-dovere di usare la propria testa, che dire di fronte a episodi incredibili come quelli registrati?

Diamo per scontato che ogni organizzazione ha diritto di darsi le norme che preferisce: purché, per onestà intellettuale, non tenti di giustificarle facendo appello indebitamente ad istanze ‘superiori’. Nel nostro caso: la chiesa cattolica può adottare i criteri di giudizio che preferisce (magari per  commissionare, poi, a gruppi di sociologi e psicologi  ricerche raffinate sul perché la gente si allontana sempre più dalle pratiche confessionali), purché lo faccia nel rispetto del vangelo di Cristo.

Ebbene, se – pur restando in un’ottica sostanzialmente tradizionale - accettiamo i risultati dell’esegesi, impariamo che Gesù avrebbe valutato esattamente in maniera opposta le due ‘debolezze’. Infatti egli, da una parte, è molto duro nei confronti di ogni genere di scandalo che coinvolga i minori: dichiara che la condizione di chi si mostrasse testardamente e intenzionalmente incurante nei loro confronti, sarebbe peggiore di uno cui “fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Matteo, 18, 6). Di contro, non entra nel merito delle relazioni coniugali con atteggiamento di legislatore ma solo con l’intento di indicare una méta ideale. Come scrive il padre gesuita G. Lofhink (a p. 140 del suo fortunato Ora capisco la Bibbia, Dehoniane, Bologna 1982), “equiparando divorzio e adulterio, intende formulare una vera provocazione. Gesù vuole scuotere, smascherare, scoprire il vero contenuto della prassi giuridica sul divorzio. Tutto ciò però non s’accorda affatto con una legge, perché la legge non deve mai provocare se deve essere accettata. (…) . Il loghion sul divorzio non sarebbe in realtà una legge, ma una parola profetica” (G. Lofhink, p. 140). Insomma: coloro che non riescono a portare a termine una vicenda matrimoniale non sono rei da sottoporre ad alcun genere di giudizio ‘istituzionale’, ma persone che – per le ragioni più diverse – non sono riuscite a raggiungere una méta che pure si erano prefissi.

Già questa graduatoria di ‘peccati’ sarebbe più conforme ad una lettura ‘scientificamente’ accurata dei testi biblici. Ma, alla luce di alcune teologie avanzate come quella di Eugen Drewermann, si potrebbe fare ancora di più. Si potrebbe sognare una chiesa che muti radicalmente il proprio atteggiamento nei confronti dei ‘peccatori’ in carne ed ossa nella consapevolezza che il Maestro di Galilea è venuto non per condannare, ma per salvare; non per chi ritiene di essere a posto con la coscienza, ma per chi sa di essere imperfetto; non per premiare i ‘buoni’, ma per incoraggiare i ‘cattivi’; non per rallegrarsi con i ‘sani’, ma per guarire i ‘malati’. Una chiesa all’altezza del messaggio fondante non si presenterebbe come il circolo dei perfetti che dà i voti a minorenni impauriti: sarebbe piuttosto la comunità dei fratelli e delle sorelle che cercano insieme le vie della libertà e della solidarietà. E che in questo cammino si danno la mano nella consapevolezza che la crescita, personale e collettiva, non è sempre così lineare come appare alle menti superficiali. Una comunità, dunque, che esercita comprensione e sostegno reciproco, accettando sperimentazioni e fallimenti, con una sola avvertenza: che i piccoli siano preservati dallo ‘scandalo’. Mentre gli adulti tentano nuove vie, intrecciano le loro storie e faticano nella difficile arte dell’amore, la chiesa dovrebbe limitarsi a prendere soltanto le precauzioni organizzative necessarie ad evitare che sia  coinvolta la fragile psicologia dei minori.

venerdì 22 ottobre 2004

LA FILOSOFIA PUO’ GUARIRE L’INDIVIDUALISMO


“Centonove” 22.10.04

Augusto Cavadi 


Coscienza e fiore di loto 

Il lettore di “Centonove” ha avuto notizia di Luigi Lombardi Vallauri l’anno scorso in occasione di un suo tour siciliano e del suo libro Nera Luce (Le Lettere, Firenze 2001). Un’appettitosa occasione per approfondirne la conoscenza è costituita da un volume edito a Padova dalla Cedam nel 2002 che, nonostante il titolo (Riduzionismo e oltre), reca un sottotitolo (Dispense di filosofia per il diritto) riduttivo o, comunque, tale da indurre a riservarlo mentalmente alla ristretta cerchia degli studenti fiorentini che devono affrontare l’esame universitario curriculare.  Ma, se ciò avvenisse, sarebbe davvero un’occasione mancata per quanti (pur non essendo filosofi di mestiere) volessero aggiornarsi  - in poche pagine , dense e stilisticamente accattivanti – su alcuni dei temi più scottanti del dibattito filosofico contemporaneo.
Il primo capitolo serve all’autore per fare il punto sulla “situazione storica nella quale siamo costretti, e chiamati, a vivere” (p. 1). Se per “Impero” intendiamo “la macromolecola geopolitica del Nord-Occidente, che raggruppa principalmente l’Europa, il Nordamerica e il Giappone sotto l’egemonia globale degli Stati Uniti” (p. 3), oggi assistiamo al fenomeno – apparentemente contraddittorio (se lo fosse realmente, non si darebbe) – di “trionfo e crisi dell’Impero” (ivi). Trionfo in quanto i valori (positivi, negativi o discutibili) di questa fetta di umanità sono ormai egemoni (persino nell’immaginario dei popoli che le si oppongono); crisi perché gli effetti nocivi – diretti o collaterali - di questi ‘valori’ sono ormai palesi a livello sia “strutturale” (pp. 5 – 6) che “esistenziale” (pp. 6 – 7). Alla “impressionante (…) sproporzione tra la potenza dell’Impero sul piano militare o delle biotecnologie e la sua penosa debolezza sul piano mentale, psicologico o delle pratiche spirituali” (p. 7) non sanno opporre rimedio né le ideologie né le religioni. Si tratta, infatti, di misurarsi con la “radice unitaria” (p. 14) dell’ambiguità del Moderno. Lombardi Vallauri propone di condensare tale radice in una formula impossibile da riprendere (pp. 14 – 18) che, con imperdonabile semplificazione, si potrebbe sintetizzare: riduzionismo teoretico (esiste solo ciò che è misurabile scientificamente) e pratico (ha valore solo ciò che risponde all’individualismo possessivo).  Se né le religioni né le ideologie politiche tradizionali sono adatte ad analizzare e ribaltare “l’AIDS culturale dell’Impero” (p. 19), non resta che rivolgersi alla filosofia. Ma cos’è questa filosofia? Alla risposta viene dedicato per intero il secondo capitolo, partendo da una definizione non proprio scontata (in nessun senso del termine) della filosofia come “ricerca esistenziale e razionale della verità del fondamento/significato/valore ultimo della vita umana e del mondo” (p. 22. In corsivo nel testo). Sappiamo, dopo Wittgenstein, quanto sia spontaneo bollare queste aspirazioni come ‘bernoccoli’ della mente: ma chiedersi come mai si ripresentino puntualmente ad ogni nuova generazione sembrerebbe essere un problema reale più che uno “pseudoproblema”…Il bersaglio centrale del ‘riduzionismo’ scientista è proprio l’uomo: egli sarebbe “niente altro che” un impasto di materia, energia e informazione algoritmica. Perciò il terzo capitolo, vero e proprio cuore del libro, è una articolata e documentata critica della “negazione riduzionista della soggettività” (p. 35), nella convinzione che essa sia “davvero un quid completamente diverso da qualsiasi oggetto o fenomeno materico- energetico- informazionale accessibile alla fisica latamente intesa” (p. 36). Il che, ovviamente, non comporta la minima sottovalutazione della dimensione corporea e biologica di tale soggettività: ognuno di noi è, per riecheggiare un mantra tibetano, “gioiello della mente spirituale” che risplende “nel fiore di loto del corpo cosmico” (p. 72).  La categoria della ‘soggettività’ serve all’autore come criterio orientativo per affrontare le tematiche etiche: e non solo della bioetica, in cui è in gioco il destino dell’essere umano (dall’ingegneria genetica all’eutanasia), ma anche dell’etica più comprensiva inglobante il rapporto dell’uomo con gli altri animali e con l’ambiente “selvaggio”. Infatti, ‘soggetto’ si è in molti sensi e a molti livelli: e là dove c’è una scintilla di soggettività (come nel caso degli animali non-umani), c’è proporzionatamente una titolarità di diritti fondamentali. Il cammino non è privo di insidie: ma Lombardi Vallauri lo percorre con passo accorto e, soprattutto, delicato. Il registro che adotta è scevro da trionfalismi dogmatici: il registro di “un’etica e un diritto dolorosamente perplessi” (p. 107).Ma il diritto – e la stessa etica filosofica – non sono la méta ultima dell’avventura umana sulla terra. Secondo l’autore – che si autodefinisce “post-cristiano, post-scientista, post-urbano, post-consumista” (p. 198: ma spero che per una volta il proto non me lo corregga in ‘comunista’…) -  l’anima è, come suggerito da “un’immagine struggente di Peguy”, “una bambina ignara del suo splendore” (p. 199) che sorelle maggiori prendono per mano e accompagnano sino alla conquista di sè stessa. Tali “sorelle grandi” hanno molti nomi nelle diverse epoche e nelle diverse culture: “bodhi”, “nirvana”, “samadhi”, “illuminazione”, “realizzazione ontologica”, “emozione estetica”, “estasi pre-orgasmica”, “rapimento amoroso”, “agape/caritas”, “esaltazione avventurale” (p. 199) e così via. Solo chi ha sperimentato, qualche volta almeno, nella vita uno stato simile di estasi (di uscita da sé e di unione con ciò che è reale) – laica o religiosa -, può convincersi, pascalianamente, che l’uomo supera infinitamente senza con ciò precipitare nel delirio d’onnipotenza: “Il singolo asceta lavora alla propria illuminazione, non inventa l’illuminazione; l’ontologo sperimenta o propizia attimi di risveglio-realizzazione, non inventa il risveglio-realizzazione; nessun pittore inventa il bello in pittura, nessun amante inventa, con la sua storia d’amore, il modus amoris” (p. 199).Simili visioni antropologiche – incastonate in un più ampio scenario cosmologico -  possono apparire evasive rispetto alla dura quotidianità feriale. L’autore è troppo saggio per ignorare che esse (proprio come le banalità – che potrebbero sostituire - solidificatesi nell’immaginario collettivo) hanno sul piano della pratica politica ed economica delle ricadute non indifferenti e, in chiusura, vi accenna, per esempio dove scrive: “La cosiddetta cultura della managerialità è – vista dalla prospettiva della cultura pleromatica – una delle due o tre forme fondamentali possibili della negazione della cultura. Il manager-per-il-profitto è una pura e semplice gigantografia operativa dell’individualista possessivo, cioè dell’avversario oggi forse più potente che si trova di fronte l’umanesimo pleromatico” (p. 216). Si tratta, comunque, di accenni troppo rapidi. Nell’animo del lettore che arriva all’ultima pagina potrebbe profilarsi il desiderio che, sporgendosi oltre l’aristocratica impoliticità maturata, Lombardi Vallauri prepari qualche volta delle dispense di filosofia per… la politica.