mercoledì 21 ottobre 2009

A scuola si può fare politica? Risposta al ministro Gelmini


“Centonove” 16.10.2009

SE LA POLITICA ENTRA A SCUOLA

”Chi fa politica deve farlo fuori dagli edifici scolatici. Si tratta di una minoranza che piega la scuola ai suoi interessi di parte”: così, recentemente, in una delle sue frequenti esternazioni, la ministra Gelmini. Che pensarne?
Senza nessuna sfumatura di ironia, non ho nessuna difficoltà a dichiararmi consenziente. E’ chiaro, infatti, dal contesto della frase, che per lei “fare politica” significa dedicarsi alla propaganda per un partito o per uno schieramento; tentare di condizionare il giudizio di colleghi ed alunni sull’operato del governo; organizzare manifestazioni di protesta contro leggi democraticamente stabilite dalla maggioranza dei parlamentari. Che un docente - invece di insegnare la propria disciplina e favorire il senso critico degli alunni, sino al punto da stimolarli a dissentire dalle sue stesse opinioni - dedichi tempo ed energie a mobilitare le classi, sia pure per scopi condivisibili, è deontologicamente scorretto. E, potrei aggiungere, persino autolesionistico. L’esperienza di alunno prima, e di professore dopo, mi ha attestato senza ombra di dubbio il modo più sicuro per far sì che un ragazzo rifiuti certe idee politiche: o scaricargliele addosso, a valanga, o distillargliele ogni giorno in maniera ossessiva.

Ciò che la Gelmini afferma è dunque, a mio parere, da sottoscrivere. Grave, anzi gravissimo, che ella non avverta l’esigenza di aggiungere subito dopo dell’altro: la politica come attivismo e proselitismo deve stare fuori dalle aule scolastiche, ma la cultura politica come informazione e formazione vi deve restare. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, vi deve ancora entrare. Chi se non la scuola ha il dovere di illustrare alle nuove generazioni le linee portanti della carta costituzionale? Di spiegare il funzionamento di parlamento, governo, magistratura? Di esporre le ideologie e i programmi che caratterizzano, distinguendoli fra loro, i diversi partiti politici presenti nel panorama contemporaneo? Di approfondire le ragioni ‘filosofiche’ per cui alcuni partiti sono a favore della guerra, della chiusura delle frontiere, del bavaglio alla stampa, del liberismo senza regole ed altri - al contrario - a favore della pace, dell’accoglienza anche gravosa dei perseguitati politici, del pluralismo dell’informazione, della regolazione del mercato…
Questo vale per l’intero territorio nazionale. Ma in vari istituti sparsi a macchia di leopardo nel Paese (non solo, dunque, in regioni meridionali) cultura politica è anche conoscenza della storia della mafia, delle sue articolazioni attuali (militari ed economiche, ma anche - appunto - culturali e politiche), delle diverse strategie con cui gli schieramenti parlamentari propongono di contrastarla. Astenersi (come la stragrande maggioranza dei docenti italiani) dall’affrontare queste ed altre tematiche socio-politiche con dati oggettivi, senza enfasi né apologetiche né denigratorie, in clima di autentico pluralismo ( se necessario invitando a scuola - contestualmente - esponenti preparati dei diversi schieramenti da interrogare su questioni concrete e circoscritte), non significa “non fare politica”: significa farla non facendola. Significa farla nel modo peggiore. Significa trasmettere, surrettiziamente, il messaggio che il teorema di Pitagora o la pittura del Seicento in Olanda sono essenziali alla formazione di un cittadino, mentre conoscere la differenza fra una politica conservatrice ed una progressista, o fra una reazionaria ed una rivoluzionaria, rientri fra gli optional. Se non addirittura fra le perdite di tempo che un allievo serio e diligente dovrebbe evitare. Anche il qualunquismo è un modo d’intendere e di vivere la politica: ogni insegnante, come ogni ministro, ha diritto di condividerlo e di diffonderlo. Purché abbia consapevolezza di non essere, così facendo, politicamente ‘neutro’.
In una delle lettere dei condannati a morte della resistenza italiana contro il nazi-fascismo, il diciannovenne Giacomo Ulivi individuava nel “pregiudizio della ’sporcizia’ della politica il più terribile risultato di un’opera ventennale di diseducazione”. Forse, quando anche il ventennio craxiano- berlusconiano arriverà a compimento (si spera in maniera meno tragica), l’opinione pubblica si sveglierà dal letargo e troverà dei nuovi ragazzi di Barbiana che scriveranno: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.

Augusto Cavadi

domenica 18 ottobre 2009

La passione di Perpetua e Felicita


“Repubblica - Palermo”
18.10.09

Augusto Cavadi
UNA FEMMINISTA A CARTAGINE

Anna Carfora
La Passione di Perpetua e Felicita
L’epos
pagine 218
euro 19,80

Prima di diventare intolleranti persecutori, i cristiani - nei primi tre secoli - furono oggetto di discriminazione da parte dell’Impero. Di quell’epoca eroica restano pochi documenti, tra cui il racconto, in parte autobiografico, del martirio di una giovane signora nordafricana (Perpetua) e di altri suoi compagni. Le vicende risalgono alla Cartagine del 203 d. C. Anna Carfora ha tradotto e pubblicato - con una dettagliata introduzione (Donne e martirio nel cristianesimo delle origini) e un acuto commento - La passione di Perpetua e Felicia perché convinta che si tratti di un testo d’interesse molto ampio: “Innanzitutto una scrittura femminile assai rara per l’epoca e, dunque, d’interesse che travalica l’ambito della storia religiosa e della storia delle donne nella chiesa per investire la storia di genere e l’intera storia antica. In secondo luogo lo scritto consegna alla storia la voce di una vittima”, a differenza di quanto avviene di solito a favore del punto di vista dei vincitori. Dall’insieme della preziosa fonte storica si evincono elementi di conoscenza sul rapporto di Perpetua con la figura del padre, del marito, del figlioletto, delle autorità politiche e con l’opinione pubblica del tempo. Infatti essa si mostra consapevole di poter “usare la spettacolarità del martirio in una maniera fortemente comunicativa, mediatica”.

Ci vediamo, al Cesmi di Palermo, alle 20.50 di mercoledì 21/10?


Che cosa è la Philosophy for children? Quali le ricadute sulle abilità cognitive nel processo di apprendimento? In che modo si inserisce nel contesto delle pratiche filosofiche? Come può la Philosophy for Children “evolversi” in Philosophy for community?

Augusto Cavadi intervista Antonio Cosentino autore del libro
Filosofia come pratica sociale.
Comunità di ricerca, formazione e cura di sé

Apogeo, Milano 2008, pp.173, euro 13,00

L’incontro avverrà presso la sede del Cesmi in via Dante, 153 – Palermo
Mercoledì 21 Ottobre 2009
Ore 20:45

mercoledì 14 ottobre 2009

Le mie scuse al sindaco Cammarata


“Repubblica - Palermo”
14.10.09

QUANTO E’ COOL QUESTA PALERMO
SOMMERSA DALL’IMMONDIZIA

Che ci fa Attilio Romita, noto conduttore di TG 1 Rai, in diverse TV private siciliane? Intervista il sindaco Cammarata. Gratis? Non propriamente. Si tratta di un servizio all’interno di uno spazio autogestito (e autofinanziato) dal Comune di Palermo che rientra nel piano di comunicazione promozionale per il 2009. Il costo del progetto pubblicitario ammonta a 323 mila euro - equamente distribuiti fra 9 emittenti - ed è stato determinato senza passare né dalla giunta né tanto meno dal consiglio comunale. La notizia evoca alla memoria i pannelli (un po’ costosi, ma eleganti) con cui Cammarata proclamava, qualche anno fa, Palermo una città “cool”. Allora in tanti ironizzammo (scettici sulla possibilità che Palermo diventasse “alla moda”); ma oggi non ce la sentiamo di rifare lo stesso errore. Dobbiamo ammettere, con lealtà, che avevamo torto. Lo slogan non era la registrazione di un dato di fatto, bensì un programma per il futuro: e, finalmente, il sogno si è realizzato. Siamo una città à la page, trendy.

Qualcuno si lamenta dei cumuli di immondizia sparsi per le strade della città, soprattutto nei quartieri periferici e nelle borgate marinare: ma lo fa perché ignaro del fatto che l’Associazione nazionale per la protezione degli animali randagi organizza visite guidate a Palermo per studiare questa modalità, davvero rivoluzionaria, di soccorrere i nostri fratelli minori. Dappertutto un cane o un gattino senza padroni deve faticare molto, vagabondare per chilometri, prima di trovare una pattumiera aperta (in qualche regione, come il Trentino-Alto Adige non ne trova neppure una): dalle nostre parti il pranzo è apparecchiato dappertutto. E con lauta generosità nel menù. Per non parlare delle gite d’istruzione a Palermo organizzate dalle scuole e dalle università brasiliane: ormai, nell’America Latina, si era persa memoria della genesi delle enormi discariche a cielo aperto dove centinaia, migliaia di sottoproletari scavano, giorno e notte, a mani nude per recuperare e riciclare i rifiuti utilizzabili. Grazie a ciò che accade nel capoluogo dell’isola privilegiata dagli dei (un po’ meno dalla saggezza degli elettori), i giovani brasiliani possono venire ad osservare le loro montagne di immondizia allo stato nascente, imparando come si sono formate allora e come si sono potute accumulare nei decenni.
I club, lombardi e veneti, degli amanti di “giochi di sopravvivenza” non sono più costretti a volare verso la giungla africana per le loro simulazioni: con notevole risparmio per le loro tasche, ed altrettanto guadagno degli operatori turistici siciliani, preferiscono puntare su Palermo. Altro che sabbie mobili e liane! Riuscire a sopravvivere tre giorni di seguito fra colline di immondizia, pozzanghere di fango e crolli di edifici storici è molto più arduo. E, in caso di successo, gratificante.
Ma Palermo non è “cool” solo per animalisti, studiosi di archeologia urbana e amanti di sport estremi: lo sta diventando sempre più per politici di ogni colore. Comitive di amministratori campani del centro-sinistra sbarcano ogni settimana dalla nave che parte la sera dal porto di Napoli per ammirare, con sollievo, ciò che sta diventando la città sorella: presto si smetterà di citare la metropoli partenopea come esempio insuperabilmente vergognoso di cattiva gestione dei rifiuti. Che diamine! Concentrarsi sul caso Campania e dimenticare emuli più bravi degli stessi precursori è davvero un’ingiustizia che sfiora il razzismo.
Ma non è solo lo schieramento progressista a rallegrarsi per la novità palermitana. Altrettanto, ancor di più, lo è il governo nazionale di centro-destra. Grazie alla (non)gestione della raccolta dei rifiuti, Palermo tornerà al centro dell’attenzione dei media: Berlusconi potrà organizzarvi un consiglio di ministri straordinario (merito di questa giunta municipale: persino Bossi e Maroni dovranno trascorrere qualche ora di vacanza nell’odiato Meridione!), proclamare lo stato d’assedio, riportare la città in quattro settimane a livelli accettabili di pulizia e aggiungere l’ennesimo “miracolo” al suo medagliere. Gesù si limitava a trasformare l’acqua in vino: una bazzecola. Lui farà certo di meglio: pur dopo anni di amministrazione di esponenti del suo partito, trasformerà la sporcizia in voti.

Augusto Cavadi

martedì 13 ottobre 2009

Una ragione del declino delle Università siciliane


“Centonove” 9.10.2009

“Meritiamo di essere ultimi”

La notizia che le quattro università siciliane (Palermo, Catania, Messina ed Enna) sono state collocate nella parte bassa della graduatoria recentemente stilata dal Ministero ha suscitato, nei diversi quotidiani diffusi nell’Isola, un vivace dibattito. Per franchezza di accenti davvero apprezzabile ha colpito, in particolare, l’intervento, sull’edizione palermitana di “Repubblica”, del direttore del Dipartimento di filosofia e critica dei saperi dell’Ateneo del capoluogo di regione, Franco Lo Piparo: in controtendenza rispetto ai cori apologetici dei ’sicilianisti’, ha opportunamente ricordato che le università siciliane meritano davvero di trovarsi nella fascia infima E i politici meridionali farebbero bene a non riciclare il meridionalismo lamentoso e vittimistico che attribuisce sempre al Nord brutto e cattivo le deficienze del Sud.
La diagnosi è realistica ma la terapia, anche per ovvie ragioni di spazio, non mi è sembrata completa. Non c’è dubbio che le università siciliane siano penalizzate dall’incompetenza, equamente distribuita fra vari organi responsabili, ad intercettare i finanziamenti comunitari e che, più ampiamente, soffrano di un contesto strutturale e infra-strutturale atavicamente deficitario. Ma non dimenticherei di esplicitare che l’università è - prima di tutto ed essenzialmente - un laboratorio di ricerca e di produzione culturale; è (se il vocabolo fosse inteso nella sua accezione più bella) una scuola. Se si (ri)partisse da questa convinzione fondamentale, non si potrebbe non riconoscere che un ateneo funziona in primis se ha insegnanti adeguati: tutto il resto, per quanto rilevante, è logicamente e praticamente secondario. La domanda cruciale che non trovo nell’intervento di Lo Piparo è allora: le università siciliane hanno docenti all’altezza del loro incarico?

E’ chiaro che ogni generalizzazione sarebbe stupida più ancora che ingenerosa, ma nessuna persona informata dei fatti ha mai negato - almeno negli ultimi cinquanta anni - che il reclutamento dei professori universitari avviene secondo una congerie di criteri (nepotismo, clientelismo partitico, solidarietà massonica, favoritismi sindacali, disinvoltura sessuale, pressioni mafiose, propensione caratteriale alla sudditanza servile…) tra i quali si trovano, non necessariamente fra i primi posti, la preparazione scientifica, la capacità di comunicare, l’equilibrio psico-fisico. Questo non significa - lo dico subito per evitare chiacchiere pleonastiche - che essere moglie/marito/figlio/figlia/amante… di un barone sia condizione sufficiente per entrare nei ranghi accademici: diciamo che in alcuni contesti è condizione necessaria e, in altri, fa la differenza a parità di meriti.
Potrei evocare situazioni davvero parossistiche (come il contesto dell’Ateneo di Messina a cui, ad esempio, Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli hanno potuto dedicare il volume Matteo Bottari. L’omicidio che sconvolse verminopoli), ma sarebbe rendermi troppo facile l’argomentazione. Potrei riportare celebri dichiarazioni pubbliche di un Armando Plebe, docente di storia della filosofia della Facoltà di Lettere di Palermo, ancora dopo il ‘68 (”Un barone è potente se dimostra di saper portare in cattedra i suoi alunni migliori; ma è onnipotente se, come me, riesce a portare anche i peggiori”), ma mi si obietterebbe che si trattava di un personaggio provocatorio che amava “stupire i borghesi”. Ancora più eloquente e tragica è invece la ‘normalità‘ statistica: se sei un bravo laureato ma non ‘conosci’ nessuno, puoi continuare la tua carriera universitaria o professionale solo navigando su internet e facendo la valigia. La regola vale in quasi tutto il Paese: ma da Napoli in giù è un po’ più valida che altrove. Con un’immagine un po’ sopra le righe si potrebbe dire che le nostre università, novelli conti ugolini, divorano i propri figli. Ma è più efficace la storiella che gira per i corridoi sulla tendenza di ogni cattedratico a scegliere, come collaboratore e successore, qualcuno un po’ meno intelligente di lui che non gli faccia ombra; questi, una volta in cattedra, opererà secondo lo stesso criterio, privilegiando uno ancor meno intelligente. Come mai, dopo otto secoli di università, non si è arrivati all’estinzione intellettuale? Perché dopo quattro o cinque generazioni di solito si arriva a un barone così poco intelligente da non rendersi conto che il suo assistente è un genio: e così il ciclo ricomincia.
Probabilmente i nostri Atenei inizieranno a risalire nella graduatoria nazionale quando certe storielle sopravvivranno solo a titolo di goliardate.

Augusto Cavadi