giovedì 4 maggio 2023

APPUNTI PER UNA FENOMENOLOGIA DEI SICILIANI SECONDO ANTONINO CANGEMI


  









Davvero si può parlare di “sicilianità”, ovvero di una serie di tratti comuni che connota chi vive nell’Isola, rendendolo differente dagli altri? Di certo – nel cinema, soprattutto – si è posto eccessivamente l’accento su alcuni caratteri tipici dei siciliani, enfatizzandoli e costruendo stereotipi qualche volta caricaturali e folkloristici, ma è innegabile che ciascuna popolazione acquisisce e assume una propria identità derivante innanzitutto dal proprio contesto territoriale e storico. Ciò vale per i finlandesi come per i siciliani, le cui specificità caratteriali sono state sottolineate fin da tempi remoti risultando spiccate anche per l’insularità e per la posizione geografica della Sicilia al confine tra due continenti.

Marco Tullio Cicerone, ad esempio, colse nei siciliani lo spirito arguto ma anche sospettoso e una certa vocazione causidica, come pure l’inclinazione all’umorismo. Quando l’avvocato-filosofo di Arpino tratta del senso del ridicolo nel De oratore sottolinea il gusto per la battuta dei siciliani, che aveva conosciuto bene prima da questore a Lilibeo (l’odierna Marsala), poi girando l’isola per acquisire testimonianze utili nel giudizio contro Verre: «Per quanto le cose vadano male, ai siciliani non manca mai l’opportunità di uscirsene in qualche battuta spiritosa».

Saltando molto avanti nel tempo, nella seconda metà del XVI secolo Scipione Di Castro, quando Marco Antonio Colonna è nominato vicerè di Sicilia, scrive il pamphlet (come oggi lo definiremmo) Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré di Sicilia, mettendolo in guardia dai siciliani che si ritroverà nella propria corte: li descrive accorti e timorati quando trattano i propri affari privati, temerari e spavaldi quando maneggiano il denaro pubblico, e perciò abbastanza pericolosi.

Nel XIX secolo Guy de Maupassant notò nei siciliani l’austerità degli arabi e «una grande vivacità di spirito…orgoglio natale…fierezza e gli stessi caratteri del viso che lo avvicinano più allo Spagnolo che all’Italiano».  

Sicilia, di Giovanni Comisso (ph. Rudolf Pestalozzi, 1953)

Sicilia, di Giovanni Comisso (ph. Rudolf Pestalozzi, 1953)

Nel Novecento sulla natura dei siciliani vi sono pagine di alta letteratura, a partire dal colloquio del principe di Salina col funzionario sabaudo Chevalley nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria…», o dal discorso su Verga di Luigi Pirandello: «Tutti i siciliani in fondo sono tristi, perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita, e anche quasi un’istintiva paura di essa…Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura, intorno, aperta, chiara di sole, e più si chiudono in sé, perché di questo aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé…», senza dimenticare le pagine di Sebastiano Aglianò autore del saggio che con più profondità indaga sulla psicologia degli isolani, Che cos’è questa Sicilia?, e quelle di Leonardo Sciascia che in Fatti diversi di storia letteraria e civile fornisce alla sua maniera una risposta a un interrogativo di fondo: «Alla domanda “Come si può essere siciliano?” un siciliano può rispondere: “Con difficoltà”».

Il tema, come si vede, è stato affrontato da fior di pensatori e letterati, e intriga sempre, anche quando viene trattato con leggerezza, senza la pretesa di dire qualcosa di nuovo rispetto a quanto sia già stato detto – il che, francamente, sarebbe assai difficile se non impossibile –, e senza alcun sussiego. Ed è con spirito di affabile levità, nella consapevolezza di quanto pericoloso sia pontificare sulla “sicilianità” e facile cadere nelle trappole dei luoghi comuni, che Augusto Cavadi ha scritto il breve saggio Sono siciliano ma poteva andarmi peggio edito da Di Girolamo (2022). Un libro nelle cui pagine scorre un filo sottile di ironia e di umorismo: un’ironia discreta e un umorismo garbato utili a stemperare discorsi che altrimenti risulterebbero gravosi o a sbollire la collera che ciascun siciliano legato alla propria terra prova dinanzi a malcostumi atavici e difficili da sradicare.

Corleone (ph. Sergio Larrain, anni 50)

Corleone (ph. Sergio Larrain, 1959)

L’ironia bonaria e sorniona di Cavadi si manifesta già negli iniziali piccoli paragrafi del primo capitolo Fenomenologia del siciliano nei quali si mette in risalto l’«invincibile senso dell’eccezionalità» dei siciliani e la loro tendenza a esagerare, qualcosa che – detto in toni volutamente minori – richiama il «siamo dèi» gattopardiano.

A proposito del Gattopardo, il libro di Cavadi nasce da una rubrica curata dall’autore in un interessante mensile che prende in prestito il titolo dal capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Il poliedrico saggista palermitano – un filosofo in pratica molto interessato ai temi teologici e della legalità che di tanto in tanto si lascia distrarre dalla saggistica divulgativa – ha già pubblicato, sempre per i tipi di Di Girolamo, i pamphlet La mafia spiegata ai turisti I siciliani spiegati ai turisti.

Sono siciliano ma poteva andarmi peggio – raccolta di articoli rivisitati – può considerarsi il completamento di una trilogia nata un po’ per piacere di divagazione, un po’ per tentare di coniugare istruzione e intrattenimento, educazione civica e scrittura accattivante, leggerezza e cultura.

Un libro di agevole e gradevole lettura, Sono siciliano ma poteva andarmi peggio, nel quale però non mancano arguzie e riflessioni tutt’altro che scontate. Come quella sulla doppia natura dei siciliani: materni nel pubblico e patriarcali nel privato. Secondo Cavadi, nei siciliani prevale l’indulgenza materna quando agiscono nella sfera pubblica, sicché sono pronti a perdonare l’evasore e l’intrallazzatore di conti pubblici, la durezza paterna negli affari privati quando vengono minacciati il senso dell’onore e la “roba”. In questo caso la sua ironia si fa amara e la sua constatazione rinvia, con qualche sfumatura differente, agli Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré di Sicilia. 

Sicilia, di Giovanni Comisso (ph. Rudolf Pestalozzi), 1953

Sicilia, di Giovanni Comisso (ph. Rudolf Pestalozzi, 1953)

Il libro si fa apprezzare anche per pacatezza ed equilibrio. L’autore – in ciò per nulla un esempio di “sicilianità” – non esagera mai e non si lascia irretire dalle posizioni estreme e anzi, come suggerisce l’azzeccato titolo, cerca sempre una via mediana, non certo per evitare sbilanciamenti a qualcuno sgraditi o per inclinazione al compromesso, ma perché l’intelligenza gli suggerisce risposte diverse da quelle polarizzate verso cui si è comunemente spinti. Sicché dinanzi al conflitto tra chi tende ad amplificare i mali dell’Isola e chi, al contrario, magnifica i siciliani e la Sicilia condannando quelli che ne denunciano le storture, Cavadi ritiene che «solo una Sicilia raccontata nei pregi e nei difetti potrà preparare all’incontro con la Sicilia effettiva: che non è né un paradiso, ma neppure un inferno»›.

Parimenti Cavadi sconfessa un altro luogo comune, quello per il quale la Sicilia sarebbe una terra vittima da chi l’ha conquistata depredandola delle sue ricchezze. Ma se ciò è in parte vero, è pure vero che la Sicilia ha ricevuto dai tanti popoli che vi si sono insediati tante risorse che, nella pluralità delle civiltà succedutesi, hanno contribuito a creare quello spirito cosmopolita e tollerante che la contraddistingue, senza contare che la “sopraffazione” lamentata è stata possibile grazie alla complicità di quei siciliani che da essa hanno conseguito benefici.

Nel libro di Cavadi – come detto, da sempre impegnato in iniziative contro l’illegalità e la mafia – non poteva mancare un capitolo sulla legalità. Anche nella parte dedicata al tema della legalità, Cavadi fa piazza pulita dei luoghi comuni: la Sicilia non è solo mafia, come enfatizza una superficiale e distorta rappresentazione dell’Isola, né può disconoscersi la presenza, significativa e malefica, di Cosa nostra, un cancro che l’ha deformata e imbruttita, difficile da estirpare, contro cui però si agita una coscienza critica sempre più vigile ed estesa.

sicilialogoUn altro luogo comune ribaltato dall’autore è quello secondo il quale la Sicilia è una terra poco sicura per chi la visita a causa del proliferare della delinquenza comune. In verità questa diffusa convinzione era stata smentita già due secoli addietro da Maupassant che  nel diario del suo viaggio in Sicilia scriveva con gusto provocatorio: «Se ricercate le coltellate e gli arresti, andate a Parigi e a Londra, ma non venite in Sicilia», e nel primo decennio del Novecento da Sigmund Freud che in Sicilia trovò più di uno spunto per i suoi studi: «Devo vivamente contraddire l’impressione, che nutrivo pure io, che qui in Sicilia si sia per così dire fra selvaggi ed esposti a straordinari pericoli. Si hanno le stesse sensazioni e le stesse condizioni di vita che ci sono a Firenze e a Roma». Cavadi, per rassicurare i turisti, cita Gaetano Mosca che, oltre a essere stato uno dei politologi e sociologi italiani più acuti, fu uno dei primi studiosi del fenomeno mafioso: «…gli italiani del continente ed in generale tutti i forestieri che viaggiano od anche abitano in Sicilia sono quasi sempre rispettati dai malfattori, perché, non avendo il forestiero in generale rapporto con la classe delinquente, è difficile che contro di lui possa addursi il pretesto di una vendetta personale».

Di particolare interesse è l’ultimo capitolo del libro, I siciliani visti dagli altri. In esso si alternano le impressioni di imprenditori, registi, scrittori dei nostri giorni – l’americana Sally M. Veillette, il tedesco Wim Wenders autore del film Palermo shooting, la “milanese” Natalia Milazzo, lo studioso francese Philippe San Marco – con quelle di un noto autore del secolo scorso, Edmondo De Amicis, che visitò l’Isola nel 1906 consegnandoci nel suo reportage considerazioni oggi tuttora degni di nota, specie con riferimento all’individualismo del siciliano «dotato di facoltà intellettuali e morali ammirabili» cui fa da contraltare la sua renitenza all’associazionismo.

Chi nutre diffidenza verso i libri florilegio di articoli di stampa, leggendo Sono siciliano ma poteva andarmi peggio ha l’occasione per ricredersi: il libro ha una struttura saldamente unitaria, gli argomenti presi in esame sono felicemente collegati, il tono discorsivo – proprio di un giornalismo gradevole ancorché dotto (ma mai saccente) – conquista il lettore, lo coinvolge senza che se ne accorga in riflessioni tutt’altro che banali. 

Dialoghi Mediterranei, n. 61, maggio 2023

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Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, attualmente è preposto all’ufficio che si occupa della formazione del personale. Ha pubblicato, per l’ente presso cui opera, alcune monografie, tra le quali Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi e Mobbing: conoscerlo per contrastarlo; a quattro mani con Antonio La Spina, ordinario di Sociologia alla Luiss di Roma, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, 2009). Ha scritto le sillogi di poesie I soliloqui del passista (Zona, 2009), dedicata alla storia del ciclismo dai pionieri ai nostri giorni, e Il bacio delle formiche (LietoColle, 2015), e i pamphlet umoristici Siculospremuta (D. Flaccovio, 2011) e Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, 2013). Più recentemente D’amore in Sicilia (D. Flaccovio, 2015), una raccolta di storie d’amore di siciliani noti e, da ultimo, Miseria e nobiltà in Sicilia (Navarra, 2019). Collabora col Giornale di Sicilia e col quotidiano La ragione.

martedì 2 maggio 2023

VICISSITUDINI NOTE E POCO NOTE DELLA DIOCESI DI PALERMO NEGLI ULTIMI 50 ANNI


NOTE CRITICHE SULLA STORIA RECENTE DELLA DIOCESI DI PALERMO

 

Le corpose pubblicazioni di don Francesco Michele Stabile, sulla Chiesa cattolica siciliana con particolare riferimento ai suoi rapporti con il potere politico-mafioso, sono dei passaggi obbligati per chiunque voglia occuparsi della questione. Nei decenni di laboriose ricerche su documenti originali egli ha coperto per intero l'arco dell' ultimo secolo e mezzo: Il clero palermitano nel primo decennio dell'unità d'Italia (1860 – 1870) in 2 volumi; La Chiesa nella società siciliana della prima metà del Novecento e  I consoli di Dio. Vescovi e politica in Sicilia (1953-1963). Molto recentemente ha ripreso in maniera organica i tomi precedenti (ormai fuori commercio) nel voluminoso La Chiesa sotto accusa. Chiesa e mafia in Sicilia dall'unificazione italiana alla strage di Ciaculli, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2022, pp. 546, euro 42,00. 

Per così dire a latere rispetto alle opere principali, don Stabile ha pubblicato una miriade di saggi in volumi collettanei e di articoli in riviste scientifiche e di varia cultura, concedendosi anche il piacere di agili pamphlet  come Chiesa madre, ma cattiva maestra? Sulla “bolla” di Andrea Camilleri, Di Girolamo, Trapani 2020, pp. 232, euro 15,00. A questa produzione 'minore' appartiene un recentissimo volumetto, stampato e distribuito in proprio - Il dopoconcilio a Palermo. Accoglienza creativa o passiva attuazione?, Officine Tipografiche Aiello & Provenzano, Bagheria 2022, pp. 164, s.p. - che, a mio sommesso avviso, merita di essere conosciuto e un po' anche discusso. 

Il nucleo generativo è costituito da una relazione, tenuta dall'autore la domenica 26 gennaio 2020 presso l'Auditorium del SS. Salvatore di Palermo, nell'ambito di un convegno diocesano voluto dall'arcivescovo Corrado Lorefice per ricordare l'annunzio, da parte di papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio del 1959, del Concilio ecumenico Vaticano II (che avrà, effettivamente, luogo dal 1962 al 1965). La questione che sta a cuore all'autore è sintetizzabile in una domanda: che effetti ha avuto il Vaticano II sulla vita delle diocesi siciliane (in particolare sulla diocesi di Palermo)? E non è una domanda puramente storiografica. 

Don Stabile, come nel suo stile, risponde in maniera documentata e misurata, senza vis polemica ma anche senza intenti apologetici: vuole parlare da storico che, in questo caso, è stato anche partecipe degli avvenimenti (è stato ordinato prete nel 1962, ha insegnato nella Facoltà teologica del capoluogo di Regione ed è stato anche vicario episcopale del cardinale Pappalardo per Bagheria e comuni limitrofi, oltre che suo consulente per molti interventi pubblici, prima di concludere il lungo ministero da parroco nella stessa Bagheria). Egli pubblica il volumetto in occasione del sessantesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale per farne dono alle nuove generazioni di preti, quasi come un appello a recuperare quella spinta propulsiva che, dopo i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, sembra essersi afflosciata sotto il peso di intempestive nostalgie. 

Differente dall'autore per indole (sono un po' meno mite caratterialmente), per competenze disciplinari (non sono uno storico, almeno non in senso professionale) e per status ecclesiale (non sono prete, ma 'laico' in molti sensi della parola), mi permetterò qualche chiosa a margine di cui mi assumo interamente la responsabilità.

Stabile segue, come criterio per la periodizzazione, gli episcopati che “si sono succeduti nella sede palermitana a partire da concilio: Ernesto Ruffini (1945 – 1967), Francesco Carpino (1967 – 1970), Salvatore Pappalardo (1970 – 1996), Salvatore De Giorgi (1996 – 2007), Paolo Romeo (2007 – 2015), Corrado Lorefice (2015 -....)” (p. 9). La “ricezione” delle decisioni conciliari fu all'inizio (1965 – 1967), con Ruffini, piuttosto un rigetto. Già a Roma si era distinto come leader della corrente conservatrice di minoranza. Un prete a lui molto caro, mi raccontò una volta che – tornando da una sessione del concilio in cui era stata approvata la Costituzione Dei Verbum (sul primato della Scrittura rispetto al Magistero papale ed episcopale) - volle confidargli fra le lacrime: “E' la fine, è la fine. I vescovi hanno protestantizzato la nostra Chiesa”. Infatti a suo avviso – come ribadì invano agli altri padri conciliari - “il Magistero sia ordinario che straordinario della Chiesa era regola prossima di fede, come regula regulans fidei et non regula regulata a Sacra Scriptura” (p. 14). Insomma, per lui, il cattolico avrebbe dovuto credere ciecamente qualsiasi dogma insegnatogli con autorità, sia che avesse sia che non avesse fondamento nella Bibbia.Stabile sintetizza con un titolo efficace “il tempo del card. Ernesto Ruffini”: “un monologo pieno di opere di carità” (p. 10). Un “monologo” perché la sua ecclesiologia, in linea per altro con l'impostazione predominante sino a Giovanni XXIII e a Paolo VI, non prevedeva alcun dialogo paritario fra i membri della Chiesa: come scrisse egli stesso in una Lettera pastorale del 1955, in essa vige netta “la distinzione tra autorità ecclesiastica e laicato: spetta alla prima insegnare e governare, il secondo è discepolo e suddito” (cfr. p. 14). “Pieno di opere di carità” perché egli fu davvero infaticabile nell'impegno a favore delle fasce disagiate della popolazione. Ma attenzione: questo attivismo, in sé lodevole, non era dettato solo da sincero amore per gli ultimi, bensì anche dalla volontà di strapparli alle tentazioni social-comuniste e di erigere la Chiesa a “baluardo” contro i “modernismi” teologici e socio-politici. Stabile contesta “la vulgata secondo la quale l'arcivescovo avrebbe negato l'esistenza della mafia” che “va ricondotta a Leonardo Sciascia” nel suo La Sicilia come metafora (pp. 12 – 13): infatti Ruffini fu probabilmente il primo vescovo a inserire il termine mafia all'interno di una Lettera pastorale (precisamente per la Pasqua del 1964) definendola, citando il discusso magistrato-scrittore Giuseppe Guido Lo Schiavo, “Stato nello Stato” (p. 12).  Il limite, enorme, di Ruffini sul tema è stato invece un altro: considerò la mafia solo come fenomeno criminale e, perciò, come “problema di ordine pubblico” (ivi). Non seppe vedervi un sistema di potere affaristico-politico più ampio e pervasivo, anche perché sviato dall'avversione per gli Stati e i partiti social-comunisti: i mafiosi erano nemici dei suoi nemici e, se non avessero sparato e ucciso, avrebbero giocato un ruolo utile per la difesa dei valori tradizionali dell'Occidente cristiano. 

Una riprova di questa incertezza di giudizio può individuarsi nella vicenda del nipote Attilio Ruffini che egli chiamò dalla Lombardia e sostenne nella scalata sino ai vertici della Democrazia Cristiana, anche grazie al matrimonio con Zina Maria La Loggia, figlia di una potente famiglia democristiana di Palermo. Poi, all'improvviso, è scomparso dalla scena pubblica. Secondo Vito Ciancimino aveva frequentato ambienti mafiosi: non certo in cerca di denaro, ma sicuramente di appoggi elettorali. E' la ricorrente illusione di tanti politici: strumentalizzare la mafia 'buona' come se davvero esistesse e fosse distinta dalla mafia 'brutale'. 

 

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Come una meteora, Francesco Carpino passò da Palermo fra il 1967 e il 1971. Egli, “pur essendo di vecchia formazione teologica, mostrò apertura alle novità del concilio. Al monologo di Ruffini seguì il dialogo di Carpino” (p. 25). Nell'ottobre del 1970 diede le dimissioni, le cui ragioni restano oscure. Paolo VI le respinse ma Carpino fu irremovibile e il papa, infastidito, lo relegò nella sua cittadina d'origine, Palazzolo Acreide, senza dargli incarichi di rilevo nella Curia romana. Abbiamo tre versioni: Carpino sostenne di non avere le forze necessarie “a fare fronte con energia al rinnovamento in atto nella vita della Chiesa” (p. 29); altri – smentendo la narrazione del rifiuto delle dimissioni da parte di Paolo VI - ipotizzarono che gli furono imposte per punirlo di un'eccessiva indulgenza verso le Acli, la loro posizione critica nei confronti della DC e la scelta socialista; una terza versione sarebbe stata data da Carpino stesso in forma riservatissima. Una volta mi recai con alcuni amici a Palazzolo Acreide per visitarlo e ci accolse con molta gentilezza. Dopo il pranzo preparato dalla sorella Concettina, si appartò con uno di noi che, nel viaggio di ritorno verso Palermo, ci riferì uno sfogo accorato dell'ormai ex-arcivescovo: “Con quei delinquenti di preti palermitani non potevo proprio farcela più”. Evidentemente non si riferiva alla totalità del clero, ma a una consistente e perniciosa fetta. In altri presbiteri lasciò, invece, un ricordo ammirato. Come scrisse monsignor Francesco Pizzo, in contrapposizione non tanto velata con il predecessore Ruffini, Carpino “non ha occupato un posto di potere, non è stato un capo od un principe; ma […] è stato un fratello tra i fratelli” (p. 30).

 

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Al breve episcopato di Carpino successe il lungo 'governo' di Salvatore Pappalardo (1970 – 1996), “il mediatore” (p. 31). Ricordo l'impressione di novità che ricevemmo da un vescovo giovane, che guidava da sé l'automobile, “familiare nel contatto, senza genuflessioni nel saluto e senza bacio nell'anello, senza la tradizionale magnificenza che, al di là della personale vita privata del vescovo [di Ruffini si vociferava che andasse in giro, sotto la porpora, con indumenti rattoppati], dava della Chiesa un'immagine più che di sacralità, di potenza” (pp. 31 – 32). Don Stabile, opportunamente, elenca i tanti meriti di Pappalardo, anche dal punto di vista del suo distanziamento dalla DC e dell'atteggiamento - “né si condanna né si appoggia” (p. 81) – verso quei tentativi di aggregazione politica, come “Una città per l'uomo”, al di fuori del partito cattolico di maggioranza. Anch'io potrei aggiungere episodi che ricordo con ammirata simpatia, come quando un gruppo di cattolici 'ortodossi' si recò da lui per chiedergli di 'scomunicare' me e alcuni amici ugualmente tacciati di 'eresia'. Egli ci convocò e ci riferì la sua (saggia) risposta ai denunzianti: “La Chiesa attraversa un periodo di grande incertezza e oscurità. Non mi pare il caso di spegnere nessuna fiammella. Lavorate con serenità: dai frutti si giudicherà l'albero”. 

 Don Stabile, oltre che parole di stima, inserisce sommessamente qua e là delle note critiche. Per esempio, a proposito di una Lettera dell'episcopato siciliano del 1978, egli nota: “Possiamo cogliere nel documento un primo lento distacco dalla concezione sacrale di una storia della salvezza parallela alla storia umana e una timida apertura a lasciarsi provocare da Dio attraverso gli eventi storici. La Chiesa deve fare opera di mediazione tra la vecchia concezione sacrale, immutabile, e la modernità che richiede l'accettazione della laicità, del pluralismo con capacità però di discernimento critico per cogliere il meglio che va emergendo. Però, nonostante affermazioni di buona volontà, la problematica della storia e della modernità, enunziata con la complicità di qualche teologo, credo rimanesse ancora nei vescovi un problema non pienamente risolto e che stesse ancora nella difficoltà di accettare la storia, i fatti, come luogo teologico attraverso cui Dio parla alla sua Chiesa, l'origine dell'ambivalenza di tante posizioni dei vescovi e dello stesso Pappalardo, che per un verso dicevano di accettare il nuovo, per altro riproponevano su alcune problematiche non l'apertura di un dialogo, come chiedeva Paolo VI, ma a volte una contrapposizione tra visione cristiana della vita e una visione non cristiana, accomunando in un unico fascio secolarizzazione, prassi marxista, umanesimo laicista, freudismo” (pp. 41 – 42). 

Non senza contraddirsi, nei 26 anni di episcopato, Pappalardo talora auspicava talaltra condannava forme di intesa e di collaborazione fra il cristiano e chi, “del mondo e della vita ha tutt'altra concezione” (p. 42). Ricordo che la sera del 31 dicembre 1983 la cattedrale era gremita di manifestanti per la pace provenienti da tutta Italia e da vari schieramenti ideologici. Il clima di entusiasmo fu spento, inopinatamente, dall'omelia del cardinale: “Qui siamo in tanti a chiedere pace per il mondo. Ma sia chiaro che solo i cristiani sanno cos'è la pace e solo essi la possono portare al mondo in virtù della grazia di Cristo”. Rimasi sconcertato. Come tutte le volte in cui lo stesso arcivescovo avvertiva l'esigenza di precisare, smussare, addirittura talora edulcorare, le sue vibranti condanne della mafia. Forse era vera la voce che lo voleva proiettato verso una meno scomoda poltrona di Prefetto di qualche Congregazione vaticana alla quale difficilmente avrebbe avuto accesso se fosse apparso troppo critico verso il sistema di potere democristiano e troppo morbido verso PCI, Radicali e 'laici' vari. 

Francesco Michele Stabile sottolinea, a ragione, i meriti di Pappalardo nell'indire grandi assemblee diocesane per sperimentare forme di co-gestione 'sinodale' della Chiesa palermitana, aperte non solo a preti e frati/suore, ma anche a fedeli credenti e praticanti. Ma quanto si trattò davvero di una rivoluzione teologico-pastorale e quanto di una strategia propagandistica di facciata? Ho il ricordo di una chiacchierata, dopo una cena fra pochi amici, in cui gli esternavo alcune perplessità sui frutti reali di quelle giornate un po' caotiche in cui le lamentele e le denunzie di ciò che non andava, nella società e nella Chiesa, prevalevano di gran lunga sulle proposte costruttive e soprattutto sull'impegno effettivo per avviarne l'attuazione. Mi sorrise un po' ironicamente – non era un tipo cupo – e mi rispose: “Ma che ti aspetti da queste assemblee generali? Si organizzano perché la gente ha bisogno di sfogarsi. Poi le scelte finali spettano a me”. 

Qualcosa di simile accadde in un'altra occasione quando gli manifestai disappunto per il fatto che quasi nessuna parrocchia della diocesi aveva ottemperato alla sua richiesta ufficiale di rendere pubblici i bilanci economici in modo da realizzare una qualche forma di perequazione fra parroci ricchissimi della Palermo 'bene' e parroci molto poveri di piccoli Comuni dell'entroterra (come era stato auspicato in uno dei 'sinodi' diocesani). Anche questa volta la risposta fu formulata con un tono disincantato: “La circolare l'ho mandata a ogni parroco. Se non vogliono rispondere, che ci posso fare? Gli mando i carabinieri a casa?”

Comunque l'elezione di Giovanni Paolo II fece avvertire gli effetti 'normalizzatori' anche in Sicilia. Pappalardo, che pure in linea teorica aveva sostenuto che non fosse più necessaria l'unità dei cattolici in un solo partito politico, di fatto non mancò mai di stimolare il rinnovamento della DC e di mettere in guardia dall'adesione a partiti differenti che avevano, con la dottrina sociale della Chiesa, convergenze solo parziali. Questa strategia dell'unico ovile partitico è destinata al fallimento (gli elettori cattolici sarebbero stati attratti sempre più da altre organizzazioni politiche, come come La Rete di Leoluca Orlando e le Leghe del Nord), ma anche “il grande sogno del rinnovamento conciliare di una Chiesa povera di potere, dalla parte dei poveri, cominciò a sgretolarsi. E fu in questo periodo che si allentò la convergenza tra l'arcivescovo e parte del clero e dei cattolici più impegnati nel campo religioso e sociale che non intesero seguirlo nella scelta della riservatezza e dell'avallo alla Dc” (pp. 116 – 117). Veramente ci furono episodi di rottura e di contestazione verso Pappalardo, da parte di preti che gli erano stati molto vicini nel suo primo decennio di episcopato, che andarono al di là dell'allentamento della “convergenza” fra loro e il vescovo: ma don Stabile non ritiene opportuno rievocarli. Né, avendoli appresi da altri senza esserne testimone diretto, mi pare giusto che sia io qui a raccontarli. 

 L'espressione, trita, “senza infamia e senza lode” calza a pennello per sintetizzare gli 11 anni dell'episcopato del cardinale De Giorgi (1996 – 2007), un pugliese bonaccione determinato, per dirla con un'altra formula stereotipa, a vivere e a lasciar vivere. La fotografia della diocesi di quel periodo, scattata dal cattolico democratico Nino Alongi all'inizio del Terzo Millennio, è eloquente: “La Chiesa palermitana parla di poveri, ma non è povera, predica la solidarietà ma non è solidale, dice di volere dialogare con la società civile ma di fatto resta chiusa nell'integralismo di sempre. Al collateralismo partitico, devastante per la politica e per la religione, ha sostituito forme di integrazione con le istituzioni dagli effetti altrettanto perniciosi; al protagonismo politico clientelare ha fatto seguire quello civile, attraverso iniziative inedite di volontariato che, in molti casi, si sono rivelate non meno forvianti; al trionfalismo preconciliare si sono aggiunte manifestazioni di ostentazione ancora più mondane” (p. 144). 

Ovviamente De Giorgi non è l'unico responsabile di questa sorta di letargo intellettuale e sociale in cui l'intera Chiesa palermitana ristagna da un ventennio. Anzi, sarebbe scorretto non riconoscergli almeno il merito di aver istituito una Commissione di teologi per stilare una sorta di decalogo da seguire nel caso che un presbitero fosse chiamato da un latitante (mafioso) a celebrare i sacramenti nella cappella del covo segreto (come, ad esempio, fece il carmelitano scalzo Mario Frittitta su richiesta del boss Pietro Aglieri): un decalogo che prevedeva, dopo un primo incontro, che il latitante si costituisse alle autorità giudiziarie, chiedesse perdono per i danni provocati nel corso della sua carriera criminale, collaborasse per bloccare le attività illegali dei suoi colleghi di cosca. 

Non certo più brillante è stato l'episcopato di Paolo Romeo (2007 – 2015), un diplomatico di lungo corso che – proprio grazie alla nomina ad arcivescovo di Palermo – raggiunge, con qualche anno di ritardo, l'agognata porpora cardinalizia. Di lui don Stabile ricorda due informazioni: la prima, positiva, che portò felicemente a termine l'iter 'canonico' (avviato dal suo predecessore De Giorgi) del riconoscimento a don Pino Puglisi del titolo di “martire” e di “beato”; la seconda, meno positiva, di aver lasciato cadere nel 2012 la proposta di un “Osservatorio ecclesiale” sulla mafia da istituire presso la Conferenza episcopale siciliana. 

Con la nomina di don Corrado Lorefice (2015) siamo in piena attualità. La scelta di un semplice prete di provincia, in contatto con importanti centri di studi storici italiani, apparve subito in sintonia con lo stile di papa Francesco. Memore delle disavventure del cardinale Carpino, scrissi però sulle pagine siciliane di “Repubblica” che forse gestire una diocesi come Palermo si sarebbe rivelato un impegno al di sopra delle forze di un presbitero nato e cresciuto in ambienti molto più 'familiari', 'protetti'. Sino ad oggi pare che, purtroppo, i fatti stiano confermando le mie preoccupazioni di allora. Don Lorefice è una persona preparata culturalmente, onestissima, con viva sensibilità civica: presentandosi alla città, disse di arrivare con il Vangelo in una mano e la Costituzione italiana nell'altra ed ebbe modo di citare l'esempio non solo di don Pino Puglisi, ma anche di Peppino Impastato. Tuttavia -almeno sino a questo momento – non ci sono state svolte notevoli; anzi non son mancate certe ingenuità (in conseguenza delle quali la diocesi è forse l'univa grande arcidiocesi italiana senza un vescovo ausiliare) né alcune delusioni per le sue decisioni di governo. Perfino don Stabile, con tutta la sua delicatezza espressiva, non può fare a meno di notare che “l'impegno del nuovo arcivescovo, che si è richiamato allo spirito e al metodo sinodale per coinvolgere tutta la comunità, procede con lentezza” (p. 146). E ancora: “I frutti del coinvolgimento di tutta la comunità diocesana in un cammino sinodale sono da maturare dal momento che si nota ancora una certa distanza tra gli enunciati programmatici e la prassi pastorale delle comunità parrocchiali” (p. 148). Facendo eco ad alcune denunzie della teologa Valeria Trapani (che, nel 2019, si chiedeva “se la Chiesa di Palermo non abbia semplicemente subito una battuta d'arresto negli ultimi anni, o forse addirittura una retrocessione di pensiero”, pp. 155 – 156), don Stabile aggiunge: “Le donne, e non solo le donne, lamentano che dai primi decenni del nuovo secolo qualcosa si perde dell'eredità conciliare e che la ministerialità delle donne, pur essendo la presenza delle donne elevatissima, rimane ancora subalterna nei ruoli istituzionali della diocesi” (p. 155).

D'altronde, di che meravigliarsi se la generazione dei preti formatisi nello spirito innovatore del Concilio Vaticano II è ormai in quiescenza (quando non al camposanto) e se la maggior parte del clero attuale (nella fascia tra i 30 e i 50 anni) ha scelto di diventare prete nel clima sostanzialmente reazionario di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI? Come a Roma non basta un papa per invertire rotta, così a Palermo non basta un arcivescovo.

Ma ammettiamo pure che si realizzi il sogno di don Stabile di un “popolo di Dio all'interno del quale il presbitero e il vescovo, scelti dalla comunità, che ne riconosce carisma e ministero di comunione indipendentemente dal fatto che siano celibi o sposati, oppure uomo o donna, e segnati dall'imposizione delle mani, offrono il loro servizio di accompagnamento e di guida in unione con tutti gli altri carismi e ministeri per la crescita della comunità”  (p. 158); ammettiamo che davvero “gerarchizzazione e clericalizzazione” vengano scardinate in quanto “fonte dell'autoritarismo, del centralismo, del paternalismo, degli abusi sessuali di alcuni del clero” (ivi): potremmo forse affermare che la crisi della Chiesa cattolica si potrebbe ritenere superata?

Questi dibattiti intra-ecclesiali suscitano un misto di tenerezza e di umorismo: si svolgono come se, intanto, a livello planetario, non ci fosse una crisi di tutto il cristianesimo; anzi di tutte le religioni monoteistiche; anzi della categoria stessa “religione”. Don Francesco Michele Stabile, ancorato pacificamente nella sostanza del Credo tradizionale, non appare sfiorato da queste problematiche su cui si sta interrogando la teologia più avanzata di tutto il mondo. Eppure, da persona intelligente e consapevole dei propri limiti disciplinari, lascia aperto qualche spiraglio: “Essendo questa una lettura della vita ecclesiale contemporanea, più che allo storico il giudizio appartiene agli studiosi di pastorale, ai teologi, ai sociologi e agli psicologi” (p. 156). E, aggiungerei sommessamente, ai filosofi (anche se si tratta di una categoria professionale che il mio amico storico ama tanto poco quanto i giuristi). 

 

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com 


Per il testo con il corredo iconografico puoi cliccare qui (o, in alternativa, copiare il link):

sabato 29 aprile 2023

ALCUNE TAPPE DEL MIO PROSSIMO GIRO IN EMILIA E ALTO-ADIGE


Come di solito, anche questa volta ho il piacere di comunicare in anticipo alcuni incontri pubblici che avrò nel mio prossimo viaggio in modo da dare la possibilità, a chi lo desideri, di organizzarsi in tempo per parteciparvi.




Da venerdì 5 a domenica 7 maggio sarò al Convegno su "Liberare la tenerezza" a Marola (Reggio Emilia) organizzato dall'associazione "Liberare l'uomo" (www.liberareluomo.it). La mia relazione è prevista alle ore 17.15 di sabato 6 maggio sul tema: "La tenerezza, distintivo del maschio alternativo".




Lunedì 8 maggio ore 20 al Centro per la Cultura di Merano (Bolzano) , in collaborazione con l'UPAD, presenterò il libro Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di Falcone e Borsellino.




Martedì 9 maggio ore 9 - 12, presso il Liceo Linguistico dell'Istituto Marcelline di Bolzano, dialogo su alcuni aspetti fondamentali del fenomeno mafioso a partire dalla figura di Peppino Impastato (proprio in occasione del 45mo anniversario dell'assassinio). 




Sempre martedì 9 maggio, presso la Chiesa della Visitazione di Bolzano, a partire dalle ore 18, presenterò il mio  libro "O religione o ateismo? La spiritualità «laica» come fondamento comune”.

A ben rivederci,
Augusto

www.augustocavadi.com
mattina incontrerà gli studenti di alcune classi del Liceo Linguistico dell'Istituto Marcelline di
Bolzano: in dialogo con loro esplorerà alcuni aspetti fondamentali del fenomeno mafioso a partire
dalla figura di Peppino Impastato (proprio in occasione del 45mo anniversario dell'assassinio).
Sempre martedì 9 maggio presso la Chiesa della Visitazione di Bolzano, a partire dalle ore 18,
Cavadi presenterà il suo libro
"O religione o ateismo? La spiritualità «laica» come fondamento
comune”
( artedì 9 maggio nella

mattina incontrerà gli studenti di alcune classi del Liceo Linguistico dell'Istituto Marcel in dialogo con loro esplorerà alcuni aspetti fondamentali del fenomeno mafioso a partire
dalligura di Peppino Impastato (proprio in occasione del 45mo anniversario dell'assassinio).
Sempre martedì 9 maggio presso la Chiesa della Visitazione di Bolzano, a partire dalle ore 18,
Cavadi presenterà il suo libro
"O religione o ateismo? La spiritualità «laica» come fondamento
comune”
(
Algra Editore, 2021).


martedì 25 aprile 2023

25 APRILE 2023: UN APPELLO DA CITTADINI PREOCCUPATI

IL 25 APRILE SCENDIAMO IN PIAZZA PER LA DIFESA E L’ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA ANTIFASCISTA

Il 78° anniversario della Liberazione dal nazifascismo si svolge, quest’anno, a sei mesi di distanza dall’insediamento del governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana. Il Governo Meloni, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani (ma solo il 43% dei votanti e il 26% degli elettori), si è legittimamente insediato alla guida del nostro Paese grazie alla combinazione perversa di due fattori: un fattore istituzionale, rappresentato dall’iniqua quota maggioritaria prevista dalla pessima legge elettorale vigente, e un fattore politico, determinato dalla divisione e dalle ambiguità del cosiddetto “campo progressista” a fronte di una sostanziale unità del “campo reazionario”. 

Tutti i primi atti del Governo Meloni e della maggioranza parlamentare che lo sostiene rivelano - pur tra pasticci e correzioni successive, dovute a dilettantismo, contraddizioni interne alla maggioranza o a veti europei - un disegno di restaurazione autoritaria sul piano socio-economico, istituzionale e culturale, che punta, più o meno esplicitamente, a stravolgere la nostra Costituzione: dalla scelta dei Presidenti di Camera e Senato, ai discorsi programmatici della Presidente del Consiglio e alle continue indifendibili esternazioni dei ministri Valditara, Piantedosi, Lollobrigida e del Presidente La Russa; dal decreto di regolamentazione delle ONG per ostacolarne le attività di salvataggio dei migranti alle mai chiarite responsabilità del drammatico naufragio di Cutro e al successivo decreto che, lungi dal prevenire analoghe tragedie e dal colpire i veri trafficanti, punta a restringere i criteri di assegnazione della protezione speciale; dal decreto anti-rave alla dichiarazione dello stato di emergenza per gli sbarchi; dalla manovra di bilancio al Documento di Economia e Finanza (DEF), che riducono la spesa per la sanità e per l’istruzione.

La Presidente del Consiglio ha ribadito più volte come obiettivo prioritario di questa legislatura una forma di Presidenzialismo plebiscitario, che per sua natura tende a subordinare al potere esecutivo il potere del Parlamento e il potere giudiziario. Non a caso la riforma della giustizia prefigurata dal ministro Carlo Nordio tende a smantellare le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura, per non parlare del grave abbassamento della guardia sul contrasto alla mafia e alla corruzione, conseguente al ridimensionamento delle intercettazioni, al nuovo codice degli appalti, alla disincentivazione dei collaboratori di giustizia e alla cancellazione dei reati commessi dai colletti bianchi, a riprova di un falso “garantismo” utilizzato strumentalmente in difesa delle classi dirigenti. Le norme antimafia, conquistate negli anni a caro prezzo, dopo gli omicidi e le stragi mafiose dei nostri martiri, vanno difese e applicate nel rispetto dell’art. 27 della Costituzione (“le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”), e qualsiasi riforma della giustizia non deve  intaccare il delicato equilibrio previsto nel titolo IV della Costituzione, che nel complesso garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere e lo svolgimento di un “giusto processo”.

D’altra parte la riforma fiscale prefigurata dalla flat tax contraddice il principio costituzionale di progressività del sistema tributario, esasperando le già crescenti disuguaglianze sociali, acuite dall’irragionevole cancellazione del “reddito di cittadinanza” e dagli incentivi all’evasione fiscale (condoni e innalzamento del tetto all’uso del contante); mentre il regionalismo differenziato che chiede maggiori risorse e maggiori poteri per le regioni più ricche e più forti, accentua le disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud del Paese, rompe il modello universalistico e solidaristico del welfare, che secondo il dettato costituzionale dovrebbe garantire “pari dignità sociale” (sanità, istruzione, lavoro, sicurezza sociale) per tutti i cittadini. 

Inoltre le suddette politiche sull’immigrazione stravolgono anche i diritti umani fondamentali, quindi non solo dei cittadini italiani ma anche degli stranieri e dei migranti, per i quali la Costituzione prevede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, oltre che il rispetto delle norme e dei trattati internazionali. A completare il quadro, il progetto meloniano di un  “europeismo conservatore”, condizionato, per un verso, dal sovranismo nazionalista  condiviso con i suoi alleati del Gruppo di Visegrad (il sostegno italiano all’Ungheria che discrimina le persone Lgbtq ne è un indicatore), e, per l’altro, dalla totale subordinazione al Patto Atlantico e agli USA, contraddice lo spirito della Costituzione, che “ripudia la guerra …” e “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” (cioè tipo l’ONU e l’UE, ma non tipo la NATO). Ma sul punto, per la verità, non si può non rilevare che il problema della dubbia compatibilità con l’art. 11 della Costituzione della partecipazione dell’Italia agli “interventi armati a fini umanitari” (Kosovo, 1999), alle guerre di difesa “globale” (Afghanistan, 2001) o “preventiva” (Irak, 2004), ed oggi all’invio di armi all’Ucraina (che si difende legittimamente dall’aggressione russa), non riguarda certamente solo l’attuale governo di destra, ma anche quelli di diverso colore politico che l’hanno preceduto. 

Questo disegno complessivo di stravolgimento della Costituzione mette in pericolo la nostra democrazia. Il rischio non ci pare quello di un ritorno al fascismo storico, anche se Giorgia Meloni ed altri esponenti di spicco di Fratelli d’Italia - partito che rivendica l’eredità del MSI - non sembrano aver fatto, fino in fondo, i conti con la storia di quel partito e con i suoi intrecci col neofascismo eversivo, che ha indiscutibilmente svolto un ruolo importante in quel magma di servizi deviati italiani e stranieri, massoneria, mafie e referenti istituzionali e politici che ha dato vita alla “strategia della tensione” che ha insanguinato l’Italia, con il precedente di Portella della Ginestra nel 1947,  da Piazza Fontana fino alle stragi del ’92-’93. Ma il rischio concreto che corriamo oggi è quello di una trasformazione strisciante del nostro sistema democratico in senso autoritario, in una “democratura” simile a quella polacca o ungherese. Come ha scritto il costituzionalista Gaetano Azzariti, “la destra al potere dà seguito alla sua storia e l’accoppiata elezione diretta del Presidente della Repubblica (obiettivo perseguito sin dal tempo del MSI) e autonomia differenziata (versione temperata delle tendenze secessioniste della originaria Lega bossiana) rappresenta il naturale e decisivo traguardo”.  

Per queste ragioni riteniamo che le forze democratiche e progressiste, già da tempo divise e in crisi identitaria, debbano convergere nella battaglia di opposizione a questo disegno. L’elezione diretta di un uomo o di una donna solo/a al comando, sia nella versione presidenzialista (USA) che in quella semipresidenzialista (Francia), ha già dimostrato la sua fragilità democratica di fronte alle tendenze populiste e nazionaliste del “trumpismo” o del “lepenismo”. Così come l’idea che l’obiettivo della governabilità e della stabilità dei governi possa essere raggiunto, secondo i sistemi elettorali maggioritari, a scapito della rappresentatività dei parlamenti, si è già rivelata fallimentare non solo nell’ormai lunga transizione italiana, successiva alla crisi della “prima repubblica”, ma persino nel consolidato “modello Westminster” britannico. Se a queste considerazioni di merito, aggiungiamo il fatto che il governo Meloni vorrebbe fare dei cambiamenti così importanti della Costituzione, quali la forma di governo e la forma di Stato, in un parlamento così poco rappresentativo, magari con l’appoggio di qualche pezzo dell’opposizione (la proposta del Sindaco d’Italia di Azione-Italia Viva già lo prefigura), per tentare di raccattare la maggioranza dei due terzi ed evitare il ricorso al referendum popolare, l’allarme non dovrebbe essere sottovalutato da nessun sincero democratico. 

Ma è importante sottolineare che non si tratta di una battaglia puramente difensiva. Nello scorso settembre, durante la campagna elettorale, nella “Lettera aperta ai delusi dalla politica della sinistra” si auspicava che “le forze progressiste, nonostante le attuali divisioni, dovranno combattere una battaglia comune non solo per la difesa della Costituzione ma per una sua piena attuazione, per lo sviluppo di una democrazia progressiva che rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale consenta la realizzazione di un’effettiva uguaglianza dei cittadini”.

Anche noi riteniamo, come ha detto Liliana Segre nel discorso del 13 ottobre al Senato, che “la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma … se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice”. E condividiamo l’appello rivolto dopo la sconfitta elettorale a tutte le forze di sinistra e di progresso, da un gruppo di elettrici ed elettori di differenti culture, storie politiche e civili (tra cui Rosy Bindi, Vannino Chiti, Domenico De Masi, Gad Lerner, Tommaso Montanari, Giulia Rodano, ecc.) per proporre di “assumere quale comune stella polare, ideale e programmatica, l’ancoraggio ai valori della Costituzione, la dignità del lavoro, la giustizia sociale e ambientale, la pace e il disarmo, la lotta contro le disuguaglianze, la cittadinanza dei ‘nuovi italiani’. Convinti come siamo che astensione ed esito del voto sono frutto di un divario profondo tra la vivacità del paese e la sua traduzione nella politica organizzata, consideriamo urgente fornire un solido riferimento politico alle istanze serie e radicali di cambiamento che vengono espresse da tante realtà civiche e sociali, in particolare delle donne e dei giovani”. 

Per tutte queste ragioni, da semplici cittadini, il 25 aprile manifesteremo a Palermo con l’ANPI, l’ARCI e la CGIL per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione nata dalla resistenza antifascista. E, in particolare, rivolgiamo un appello a tutti coloro che condividono lo spirito e i contenuti di questo documento, perché, all’indomani del 25 aprile, contribuiscano alla realizzazione di momenti di confronto e convergenza tra tutte le espressioni dell’associazionismo e del volontariato laico e religioso, che già operano nel territorio palermitano, per realizzare concretamente i valori della Carta. Crediamo, infatti, che questa battaglia non potrà svolgersi soltanto nelle istituzioni, ma dovrà essere sostenuta da una partecipazione dal basso, dal conflitto sociale indispensabile a mantenere e sviluppare quel modello di democrazia progressiva configurato dalla nostra Costituzione, per farla vivere nei territori, partendo dalle “esperienze esemplari”, dalle “buone pratiche” già esistenti per diffonderle e generalizzarle ovunque sia possibile. 

Giovanni Abbagnato     

Leo Alagna             

Riccardo Alessandro 

Marina Allotta          

 Mario Azzolini    

Tommaso Baris    

Giovanni Bellia      

Augusto Cavadi         

Beppe Cipolla        

Gaetano Cipolla

Maria Adele Cipolla 

Enrico Colajanni          

Mari D’Agostino   

Raffaella De Pasquale 

Alessandra Dino  

Vincenzo Gervasi     

Filippo Grippi      

Antonella Leto            

Jesse Marsh            

 Ernesto Melluso 

Giancarlo Minaldi 

Francesco Petruzzella 

Antonio Riolo          

Claudio Riolo           

Rosana Rizzo              

Pippo Russo           

Gaetano Sabatino 

Alessandra Sciurba 

Bonaventura Zizz