giovedì 5 maggio 2022

AGLI AMICI DI BERGAMO, COSTA VOLPINO, PINEROLO, TORINO : QUALCHE OCCASIONE PER INCONTRARCI

Care e cari,

dopo due anni di 'ritiro' forzato, pare che si possa ricominciare a vedersi in presenza.

Affinché chi lo desideri possa organizzarsi in tempo per  trovare modo d'incontrarci, comunico sin d'ora alcuni miei appuntamenti pubblici fra Lombardia e Piemonte.

Giovedì 19 maggio 2022 a Bergamo

                               ore 18: apericena presso "Spettegolezzi" (v. Ghislandi) 

                               ore 21: dialogo con Fabrizio Longhi a partire dal mio libro "Religione o ateismo? La 

                                           spiritualità 'laica' come fondamento comune" (Algra Editore) presso Parrocchia

                                          di S. Fermo (via  Santi Maurizio e Fermo, 11)

Venerdì 20 maggio 2022 a Costa Volpino (Bg):

                                       - giornata di vacanza con gli amici che vivono affacciati sul Lago d'Iseo

Sabato 21 maggio 2022 a Pinerolo (To):

                            ore 15,30 : Incontro su "Una spiritualità oltre le religioni" presso il Salone del Circolo

                                              dei lettori (Via Duomo 1 , di fronte al municipio).

Domenica 22 maggio 2002 a Torino (presso lo stand "Regione Sicilia" del Salone del libro): 

                            ore 12,45: Breve presentazione del mio libro  "Religione o ateismo ?" (Algra Editore)

                            ore 16,45: Breve presentazione del mio  "Dio visto da Sud" (Spazio cultura edizioni)

                            ore 18,00: Presentazione del mio libro "Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di 

                                             Falcone e Borsellino" e del libro del mio amico Davide Fadda "L'inchino.

                                             Santi, processioni e mafiosi nel Meridione italiano", entrambi editi da

                                            Di Girolamo Editore.
 

martedì 3 maggio 2022

DALL' ALBERO DI "UNA CITTA' PER L'UOMO" IL SEME PREZIOSO DELLA SCUOLA DI FORMAZIONE POLITICA "FALCONE"

Qui di seguito il mio contributo al volume La politica umanizzata. La 'Primavera' di Palermo e il sogno di una Città per l'Uomo quarant'anni dopo, Torri del Vento Edizioni, Palermo 2022 che verrà presentato martedì 3 maggio 2022, alle 17.00, presso l'istituto Gonzaga di Palermo (SOLO IN PRESENZA).

***

A LEZIONE DI POLITICA. La Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”

 

in P. Toro (a cura di), La politica umanizzata. La “Primavera” di Palermo e il sogno di Una città per l’Uomo quarant’anni dopo, Torri del Vento Edizioni, Palermo 2022, pp. 201 - 209

 

           Dopo quel maledetto 23 maggio 1992  - in cui sull’autostrada dall’aeroporto a Palermo, all’altezza dell’uscita per Capaci, esplosero le bombe criminali che uccisero Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta -  gli alunni in classe mi chiesero che cosa potessimo fare per arginare questo fiume di terrore. Sul momento rimasi senza parole. Osservavo, riflesso nei loro occhi, il mio stesso smarrimento. Poche altre volte nella vita ho sperimentato l’angoscia per eventi pubblici, di rilevanza sociale. Intanto si rincorrevano nella mente le tante, troppe polemiche di quegli anni: preti che volevano insegnare il mestiere ai politici, politici che volevano insegnarlo ai magistrati, giornalisti che volevano insegnarlo a tutti gli altri…Quasi colpito da un’illuminazione – per altro assai banale – risposi ai miei ragazzi: “Possiamo fare meglio ciò che facciamo di solito”. Spiegai che Giovanni Falcone era diventato Giovanni Falcone facendo, al massimo delle possibilità umane, il magistrato inquirente. L’Italia si sarebbe salvata solo se ogni cittadino e ogni cittadina avessero esercitato le proprie competenze professionali al più alto livello possibile. Noi docenti per scelta di vita, loro alunni almeno per quella fase biografica, avevamo il compito di studiare: lo avremmo potuto svolgere con l’intenzione di trasformarlo in arma intellettuale contro il sistema mafioso[1]. La mafia era prosperata in più di un secolo anche grazie al silenzio su di essa: bisognava sottrarle questo vantaggio, stanarla dall’ombra con potenti riflettori luminosi, strapparle da addosso i paludamenti ingannevoli con cui si camuffava agli occhi degli ingenui e degli opportunisti. Uscire dal silenzio senza entrare nel mondo della chiacchiera[2].

Da alcuni anni avevo avviato, con colleghi ed ex-alunni di liceo, un Laboratorio di cultura politica pluralistico e itinerante : una domenica al mese ci incontravamo nella sede di un’associazione, ogni volta diversa, a Palermo o in altri Comuni della provincia, per discutere insieme sul libro che ci si era impegnati a leggere, individualmente, nelle settimane tra un appuntamento e l’altro[3]. Era giunto il momento di dare all’iniziativa, molto informale, una configurazione più istituzionale e di accentuarne la valenza contestativa del dominio mafioso. Da qui l’idea di trasformare il Laboratorio in una Scuola di formazione etico-politica stabile e permanente. 

 

La scelta della sede e del nome

Tra i promotori del Laboratorio di cultura politica alcuni eravamo o soci o simpatizzanti del Movimento politico-culturale “Una città per l’uomo” che, nonostante l’emorragia di aderenti transitati (in alcuni casi per autentica convinzione, in altri per calcoli elettorali) alla “Rete” di Leoluca Orlando, continuava - grazie all’impegno tenace di Nino Alongi, di Pino Toro e di pochi altri fedelissimi - a gestire una sede accogliente (in via Galileo Galilei) e una rivista (“CxU”) ormai nota e apprezzata da abbonati sparsi anche fuori dalla Sicilia. Fu dunque spontaneo chiedere al Movimento ospitalità e riceverla con generosità e convinzione: l’intento formativo apparteneva, infatti, al DNA a “Una città per l’uomo” che l’aveva perseguito costantemente attraverso convegni di studio, conferenze, presentazioni di libri etc.

Come battezzare questa Scuola? La lista dei caduti nella lotta alla mafia – iniziata esattamente negli stessi anni dell’origine della mafia stessa[4] -   era già tanto lunga da provocarci l’imbarazzo della scelta. In particolare, per limitarsi al sangue ancora tiepido che aveva bagnato le strade di Palermo dopo la strage di Capaci, si ventilò l’ipotesi di dedicare la nuova struttura a Paolo Borsellino, in quanto di area “cattolica” come la maggior parte degli aderenti a “Una città per l’uomo”, o alla venticinquenne agente di polizia Emanuela Loi, in quanto “donna”. Prevalse la proposta di dedicarla a Giovanni Falcone. Fu così che chiedemmo un appuntamento alla sorella del giudice, Maria, per avere l’autorizzazione ad intestare la Scuola al fratello: non volevamo strumentalizzare un nome già venerato esponendoci all’accusa di sciacallaggio. Maria Falcone, che conosceva direttamente solo Pino Toro, ci chiese informazioni sul nostro profilo professionale e sulle nostre appartenenze associative (con mio stupore non aveva mai sentito parlare né del Centro sociale San Francesco Saverio né del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato: “Era il nostro Giovanni che in famiglia si teneva informato su ciò che succedeva in città”); infine ci accordò l’autorizzazione richiesta. Manifestò anche il proposito di collaborare attivamente con noi anche nel ruolo di docente di diritto nelle scuole secondarie superiori, ma poi – forse impegnata nella laboriosa gestione della Fondazione intestata al fratello – non ebbe modo di dare attuazione al proponimento.  

 

I primi anni di vita

Con la sponsorizzazione ‘morale’ di Maria Falcone  (ci sarebbe stata, l’anno dopo,  una sponsorizzazione finanziaria, da parte della neo-fondazione “G. Falcone”,  per la stampa dei depliant cartacei, ma una tantum: “Nel mondo vi sono decine di iniziative nel nome di Giovanni, non possiamo certo supportarle tutte”[5]) l’inaugurazione del primo anno formativo, nell’ottobre del 1992, ebbe un carattere solenne: la Lectio magistralis fu tenuta da Luciano Violante in qualità di presidente della Commissione parlamentare antimafia[6] e, insieme ad alcuni familiari di Falcone, vi presero parte – con squisita delicatezza solidale – alcuni congiunti di Paolo Borsellino. 

Dal numero delle persone accorse già per l’inaugurazione capimmo che i locali di “Una città per l’uomo”, per quanto in grado di accogliere una sessantina di convenuti, erano marcatamente insufficienti. Era un momento storico di straordinario coinvolgimento emotivo: anche persone non abituate a uscire da casa, a impegnarsi in momenti pubblici, avevano avvertito l’esigenza interiore di appigliarsi a qualsiasi punto di orientamento.  

Ci affrettammo a chiedere aiuto a Nino Fasullo, un religioso ‘redentorista’ che aveva fondato e dirigeva la rivista “Segno”, anche essa decisamente schierata nel campo dell’antimafia e, per alcuni mesi, fummo ospitati nei locali che la sua Congregazione religiosa aveva ceduto in affitto all’Università di Palermo. Intanto la voce si diffondeva e da varie realtà istituzionali e associative, della città e dell’isola, ricevevamo l’invito ad aprire sezioni ‘locali’ della Scuola “Falcone” o, per lo meno, a organizzarvi dei cicli seminariali: impossibile fare un elenco completo delle sedi e dei luoghi (da parrocchie in quartieri periferici come Settecannoli[7], a città come Trapani e Augusta) dove tenemmo serie di incontri pubblici. Va almeno ricordata, però, l’istituzione della Targa “Falcone” assegnata annualmente, per vari anni, a persone che – preferibilmente lontano di riflettori – avessero contribuito efficacemente a incrinare la compattezza della sovranità mafiosa. 

Di cosa trattavamo nei seminari che si svolgevano ogni giovedì, puntualmente, in blocchi di quattro per tema? Dalla mafia come soggetto politico (Umberto Santino) alle linee essenziali della teologia della liberazione (Rosario Giué e Giulio Girardi), dalla partitocrazia  (Alfio Mastropaolo) alla questione meridionale (Nino Morreale). Per l’inaugurazione di ogni anno sociale, poi, veniva invitata qualche personalità di rilievo nazionale: un modo, sì, per acquistare visibilità in città, ma anche per tessere rapporti con soggetti e enti autorevoli da cui poter imparare metodi e contenuti. L’elenco sarebbe anche qua molto lungo: dal ministro Luigi Berlinguer al professor Alfio Mastropaolo, dal professor Giuseppe Alberigo al giornalista Curzio Maltese, all’imprenditore Tano Grasso, al vescovo Raffaele Nogaro, al procuratore della Repubblica Pietro Grasso. 

Non mancarono sin dall’inizio varie pubblicazioni destinate a diffondere, al di là dei confini della Scuola, le idee portanti che al suo interno si andavano elaborando e condividendo: sia sulla pagina palermitana di “Repubblica”  (dove Nino Alongi per molti anni ebbe ogni settimana ospitalità fissa) sia in appositi opuscoli e libri (tra cui, R. Giué, Terra di profezia. Vangeli e mafia nel sud d’Italia, Edizioni della battaglia, Palermo 1993; A. Cavadi, Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su chiese e mafie, Dehoniane, Bologna 1994 ; R. Giué, Il vangelo della carità in terra di mafia, Arci Sicilia, Palermo 1995; R. Giué, Osare la speranza. La teologia della liberazione dall’America Latina al Sud d’Italia, La Zisa, Palermo 1997; R. Giué – G. Battaglia – P. Fricano, Spiritualità e politica, La Zisa, Palermo 1999;  N. Alongi, La politica delle tribù. Tre anni di cronaca siciliana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002).

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Intanto, dopo i primi anni di iniziative all’insegna del coinvolgimento emotivo, emerse in alcuni di noi promotori  della Scuola l’esigenza di darle una configurazione giuridica. Sulla questione si registrarono delle nette, e vivaci, differenze di opinione.  Per alcuni (in particolare Nino Alongi e Pino Toro) la prospettiva di ‘fondare’ una nuova associazione appariva inutilmente faticosa: non bastava considerare la Scuola come un organo interno al Movimento “Una città per l’uomo” che era già regolato da uno Statuto più che decennale ? Ad altri (in particolare Rosario Giué e me) risultava preminente l’esigenza di rispettare l’auto-presentazione originaria della Scuola come iniziativa a-partitica e, in quanto tale, gestita da volontari di diversa estrazione politico-culturale (da cattolici come don Francesco Michele Stabile a marxisti come Enrico Guarneri e Umberto Santino) al servizio della cittadinanza nell’intero spettro delle appartenenze partitiche, sindacali e associative. La maggioranza dei promotori si espresse a favore della seconda opzione, anche in considerazione del fatto che il Movimento “Una città per l’uomo” non era considerato nell’immaginario collettivo né a-confessionale (il suo DNA era caratterizzato dal cattolicesimo democratico) né a-partitico (ormai era stato cooptato in esperienze amministrative della “Primavera palermitana” da Leoluca Orlando, pur resistendo – eroicamente quanto vanamente – alla confluenza nella neonata “Rete” che avrebbe costituito una sorta di auto-dissolvimento). Così, con una punta di amarezza che non poteva scalfire il legame di stima reciproca costruita nei lunghi anni di collaborazione, le strade del Movimento  “C x U” e dell’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” si sono divise, pur in un comune orizzonte ideale: l’attenzione critica alla storia e l’impegno quotidiano per liberare il paese dall’oppressione del dominio politico-affaristico-mafioso[8]

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



[1] Da quei dialoghi è scaturito un opuscolo pubblicato prima, grazie al finanziamento del professore Elio Rindone, in forma ‘privata’ (5.000 copie) e poi, in più ristampe, dalle Edizioni Dehoniane di Bologna: Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito.

[2] Cfr. G. Priulla, Informazione e mafia: dal silenzio al rumore in U. Santino (a cura di), L’antimafia difficile. Atti della giornata di bilancio e di riflessione svoltasi a Cinisi l’8 maggio 1988 nel decimo anniversario dell’assassinio di Giuseppe Impastato, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989, pp. 69 -79.

[3] Cfr. la mia nota Un laboratorio di cultura politica itinerante su “Segno” (1988), pp. 98 – 99.

[4] Cfr. U. Santino, L’altra Sicilia. Caduti nella lotta contro la mafia e per la democrazia dai Fasci siciliani ai nostri giorni, Di Girolamo, Trapani 2010.

[5] Tranne quell’unica volta, i materiali illustrativi promozionali sono stati finanziati personalmente da Pino Toro.

[6] Nel numero 5/6 del dicembre 1992 della rivista “Una città per l’uomo” furono pubblicati gli interventi alla sessione inaugurale di A. Cavadi (La Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”. Origini e prospettive), di P. Toro (Per offrire nuovi strumenti di conoscenza e di lotta) e di L. Violante (Risvolti etici della crisi politica attuale).

[7] In accordo con parroci di zona come il carmelitano p. Pietro Leto e don Pino Pino Puglisi.

[8] In occasione del 25 ° anniversario della fondazione, ho pubblicato il piccolo volume La mafia desnuda. L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Di Girolamo, Trapani 2017 , in cui si possono trovare testi e documenti atti ad integrare questo sintetico contributo.  

 

sabato 30 aprile 2022

LIBERTA' "DI" PENSARE O LIBERTA' "DAL" PENSARE ?


(Nella foto, mentre penso fra due persone che mi hanno sempre aiutato molto a riflettere) 

LIBERI DI PENSARE, NON DAL PENSARE

Quando riflettiamo sulla libertà di pensiero, in realtà, sottintendiamo anche la libertà di parola. E’ ovvio che nessuno può impedirci di pensare in solitudine; ma ciò che rivendichiamo è altresì la libertà di esprimere pubblicamente i nostri pensieri. I Greci avevano un solo vocabolo - logos – per nominare il pensiero e la parola: ciò che si pensa davvero lo si sa esprimere (Rem tene, verba sequentur insegnava Marco Porzio Catone) ed è esprimendolo (soprattutto nel dia-logos) che lo si configura, lo si modella, meglio. 

La libertà di pensiero/parola, come ogni forma di libertà, ha almeno due facce.

Innanzitutto è libertà ‘da’, libertà ‘negativa’ nel senso che consiste nel ‘non’ avere vincoli: che Stati o Chiese, partiti o mafie, non condizionino dall’esterno la nostra parola. Essa è preziosa, se non altro perché, come notava Giuseppe Prezzolini ben prima dell’era Facebook, senza sarebbe ben difficile riconoscere gli imbecilli.

L’assenza di vincoli visibili, istituzionali, però, non è tutto: possono condizionarci vincoli invisibili, addirittura semi-consapevoli. Le mode, i conformismi sociali, la sete di successo...Con sottile ironia Mark Twain osservava a proposito dei suoi connazionali qualcosa che vale per l’intera umanità: “È per bontà divina che nel nostro paese abbiamo queste tre cose indicibilmente preziose: la libertà di parola, la libertà di coscienza, e la prudenza di non praticare mai nessuna di esse”.

La libertà ‘da’ (condizionamenti fisici o psichici) è metà della mela; l’altra metà è la libertà ‘di’, la libertà in ‘positivo’. Questa ci viene dalla nostra ricchezza interiore, dalla nostra meditazione, dal nostro silenzio; come pure dal nostro coraggio. La riprova? Ci sono scrittori, poeti, registi che vivono in Paesi abbastanza democratici e producono molto meno, e molto meno bene, di colleghi che vivono sotto dittature. Le assemblee ‘politiche’ ieri, le piazze telematiche oggi, lo confermano platealmente: la libertà di pensiero/parola non è nulla se non è maturato dentro di noi qualcosa da comunicare. La libertà di pensare/dire ‘minchiate’ è solo la caricatura della libertà autentica. In maniera più elegante Cesare Marchi si chiedeva: “Viviamo, giustamente orgogliosi, in un regime di libertà di parola; ma com’è possibile esercitarla, se ne conosciamo così poche?”.

Una volta appurato che libertà intera è la somma della libertà ‘da’ e della libertà ‘di’, si potrebbe concludere che tale libertà completa è senza vincoli di nessun genere. Ciò è quanto comunemente si ritiene, ma sospetto che si tratti di un’opinione fallace. A mio avviso, infatti, la libertà di logos è come un ruscello alpino: tanto più energico e vivace quanto meglio trattenuto da due sponde. Senza argini, si disperderebbe dopo pochi metri e scadrebbe ad acquitrino.


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(e, se vivi a Palermo e dintorni, puoi parlarne con alcuni di noi lunedì 2 maggio alle ore 18,00 presso la Libreria Macaione, via Marchese di Villabianca 102, nell'ambito della Settimana delle culture):


https://www.zerozeronews.it/liberi-di-pensare-non-dal-pensare/

mercoledì 27 aprile 2022

SCIENZA, TECNICA, POLITICA, SAGGEZZA FILOSOFICA: LA LIBERTA' A VARI LIVELLI


 La scienza dev’essere libera. Anche la tecnica ?

 

Uno dei più giovani e più stretti collaboratori di Enrico Fermi, nel gruppo di via Panisperna,. fu Bruno Pontecorvo che, a 37 anni, nel 1950, decise improvvisamente di trapiantarsi  con moglie e figli  in Unione Sovietica: essendo diventato ideologicamente comunista, vuole mettere la sua preparazione scientifica in campo nucleare a servizio di una delle due superpotenze in “guerra fredda”.  Nei decenni successivi egli rimase molto deluso dal socialismo ‘reale’ ed ebbe modo di esprimere seri dubbi sulla  scelta giovanile, ma la sua vicenda personale è istruttiva perché ci fa vedere, in un caso concreto, l’intreccio inestricabile fra tre attività che – considerate astrattamente – sarebbero distinte: la scienza, la tecnica e la politica.

La scienza è un’attività “teoretica”: il tentativo, metodico e sociale, suscitato dalla “meraviglia”, di assecondare quel desiderio naturale di sapere che, secondo Aristotele, accomuna tutti gli esseri umani.Essa fiorisce solo in totale libertà.

La tecnica è l’insieme dei metodi e degli strumenti mediante i quali le acquisizioni scientifiche vengono ‘applicate’ alla trasformazione della natura : essa non è sovrana come la scienza, ma subordinata – di diritto e di fatto - alla politica . Pontecorvo lo sa bene: lascia l’Occidente capitalistico e si trasferisce in URSS perché ha più fiducia in una politica  social-comunista che in una politica liberal-democratica.   

Il potere politico, cui spetta il diritto di regolamentare la tecnica, si auto-interpreta solitamente come assoluto: ma è davvero così? O esso – più o meno consapevolmente  - dipende da una certa visione filosofica dell’uomo, della società, dello Stato, della morale, della religione etc.? La questione è cruciale. Se la politica è l’orizzonte ultimo dell’umanità, ad essa spetta stabilire i fini e i limiti  della produzione tecnica (per restare nell’esempio di Pontecorvo, gli scopi cui indirizzare le applicazioni delle teorie sui nuclei atomici) senza dover rendere conto a nessuna istanza più alta. Se invece essa, a sua volta, necessita di criteri etici, non può fare a meno di memoria storica, di confronto pubblico, di fantasia progettuale: in una parola, di saggezza. 

Come si potrebbe attuare in concreto questa illuminazione filosofica della prassi politica? 

E’ celebre la ricetta di Platone: o i politici si decidano a diventare filosofi o i filosofi accettino di rinunziare alla proprie quiete contemplativa per diventare politici. Se adottata letteralmente, sarebbe - a mio avviso - una ricetta disastrosa: abbiamo visto, anche in occasione della recente pandemia e della guerra in corso fra Russia e Ucraina, che da filosofi  prestigiosi provengono allarmi opportuni e inviti preziosi, ma intrecciati a teorie cervellotiche e proposte operative contrarie al buon senso più elementare. La ricetta platonica va, a mio avviso, interpretata come una metafora che – decodificata e attualizzata– potrebbe tradursi grosso modo come invito a una democratizzazione della pratica filosofica.   Sappiamo che in Italia la filosofia è sperimentata prevalentemente come studio della “storia della filosofia” riservato alle minoranze di cittadini che frequentano corsi liceali. Nulla da eccepire: la storia della filosofia è una disciplina interessante ed è comprensibile che, comunque, non possa essere insegnata in tutti gli indirizzi scolastici. 

Ma la filosofia non è solo, né soprattutto, storia della filosofia (altrui): è anche, e principalmente, una pratica personale.

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domenica 24 aprile 2022

O RESISTENTE "COL SANGUE DEGLI ALTRI" O SUCCUBE DELLA PREPOTENZA DI PUTIN ? TERTIUM DATUR


 LA TERZA VIA TRA ‘GUERRAFONDAI’ E ‘PUTINIANI’

 

Ci sono dilemmi tragici che solo gli stupidi sanno tranciare con un ‘sì’ o con un ‘no’ netti. Se l’Ucraina debba opporsi con le armi all’invasione della Russia, o meno, è uno di questi dilemmi. In circostanze simili diventa ancor più necessario del solito ascoltarsi, sforzarsi di intendere le ragioni dell’altro e, se si arriva alla conclusione di dissentire, dissentire da ciò che l’altro sostiene davvero (e non da ciò che noi supponiamo - per malafede o per ignoranza o per incomprensione -  che l’altro sostenga). 

Nel marasma degli interrogativi che pullulano in proposito mi limito a focalizzarne uno solo: davvero l’alternativa è sostenere la difesa armata dell’Ucraina da parte dell’esercito regolare (e delle varie formazioni militari che, più o meno strettamente, lo fiancheggiano) oppure la resa incondizionata e la perdita della libertà attuale (per quanto relativa, condizionata)? A giudicare da molti talk-showtelevisivi sembrerebbe così: o sei “guerrafondaio” (filo-statunitense”) o sei “putiniano” (di sinistra o di destra o rosso-bruno). 

Invece tertium datur : una terza via che, lungi dall’essere un compromesso (“né...né”), è un volo pionieristico molto al di sopra delle due posizioni in contrasto. Provo a formularla con le parole di Norberto Bobbio nella Prefazione alla prima edizione (1979) del suo libro – purtroppo ancora attualissimo – Il problema della guerra e le vie della pace (Il Mulino, Bologna 1984): “Certamente l’uomo non può rinunciare a combattere contro l’oppressione, a lottare per la libertà, per la giustizia, per l’indipendenza. Ma è possibile, e sarà anche producente e concludente, combattere con altri mezzi che non siano quelli tradizionali della violenza individuale e collettiva? Questo è il problema” (p. 27). 

Dunque: l’alternativa non è combattere o non combattere, ma combattere con armi (sempre più distruttive, sino alle bombe atomiche) o combattere con metodi e strumenti diversi dalle armi. Combattere con soldati addestrati alla guerra armata o combattere con soldati addestrati (per un numero non inferiore di anni e con un rigore non inferiore agli addestramenti militari) alla lotta senza armi. Se si capisce questo, poi – e solo poi – si ha diritto di elaborare tutte le obiezioni alle strategie nonviolente: che sono inefficaci, impraticabili, illusorie, contro-producenti, utopistiche, sinora mai sperimentate con successo nella storia dell’umanità etc. etc. (Obiezioni che, per essere convincenti, dovrebbero completarsi con la dimostrazione che, invece,  le strategie belliche tradizionali si sono dimostrate, nei millenni, efficaci, produttive, realistiche...).  

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