lunedì 1 dicembre 2025

ANDREA COZZO SUL VOLUME DI ANTONIO MINALDI "GANDHI AD AUSCHWITZ"

Su questo blog ho recensito Gandhi ad Auschwitz di Antonio Minaldi. Poco dopo è uscita questa recensione di Andrea Cozzo che esplicita alcuni temi da me toccati e  aggiunge osservazioni molto interessanti che non si trovavano nel mio commento:

https://www.pressenza.com/it/2025/11/qualche-appunto-su-gandhi-ad-auschwitz/

sabato 29 novembre 2025

E’ DECEDUTO DON SALVATORE RESCA: CITTADINO, DOCENTE E PRETE

Ci sono preti che morendo lasciano un vuoto nella comunità cristiana in cui hanno vissuto e operato. Altri che lo lasciano nell’intera città, ben al di là dei recinti ecclesiali. Don Salvatore Resca va annoverato senz’altro in questa seconda categoria. Infatti con lui – spentosi a novant’anni compiuti il 27 novembre – non muore solo il viceparroco della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, la più celebre e attiva della grande diocesi di Catania, ma anche il docente di filosofia stimato e amato da intere generazioni di liceali e il fondatore del movimento “Cittàinsieme”, un esperimento decennale di aggregazione politico-culturale indipendente dai partiti politici, vigile criticamente e propositiva costruttivamente.

Certo, come capita ai profeti, sulla sua bara piovono le dichiarazioni ufficiali di ammirazione e di cordoglio (dall’Amministrazione e il Consiglio comunale di Catania che ne ricordano lo “spiccato senso dell’impegno sociale nell’interesse del bene comune” all'ex presidente della Regione Raffaele Lombardo che ha l’onestà di ricordare “le divergenti vedute su temi di interesse sociale” esplose anche in occasioni di “confronto molto vivace coi suoi giovani”): ma la verità è che, in vita, don Resca è stato un pungolo socratico fastidioso a molti, dentro e fuori la Chiesa. Lo è stato dal pulpito – le sue omelie sono state pubblicate in tre volumi dalle edizioni “Il pozzo di Giacobbe” con il titolo inequivoco Il vangelo al contrario, Prediche uggiose – ma lo è stato ancor di più nell’agorà cittadina dove non ha soltanto denunciato il malaffare mafioso senza cercare giri di parole, ma anche interloquito altrettanto coraggiosamente con le giunte municipali di ogni colore susseguitesi nei decenni (come può fare solo chi non ha né fame di finanziamenti pubblici né brama di affiancarsi ai poteri forti): anche l’ex sindaco Enzo Bianco, che pur riconosce il contributo di “Città Insieme” al “Patto per Catania che rappresenterà il cardine della Primavera” della città etnea, non può fare a meno di ricordarne, oltre ai “suggerimenti”, le “provocazioni intelligenti”.

Elio Camilleri, compagno di studi a Partinico di Peppino Impastato e di Salvo Vitale, mi racconta i viaggi quasi quotidiani in auto da Catania a Caltagirone e ritorno con il collega di insegnamento Resca: viaggi che – resi leggeri dalla divertente loquela  del prete – erano anche occasione di confronto fra due persone di ben diverso orientamento religioso.

                                                                 Augusto Cavadi


Qui la versione originale:

giovedì 27 novembre 2025

L’AVVENTO DI GESU’ O IL NOSTRO?

 

Anche quest'anno l'agenzia di stampa "Adista" mi ha chiesto di commentare (per la rubrica "Fuori tempio") i vangeli delle quattro domeniche di avvento. Qui di seguito il commento al vangelo della I domenica (30 novembre 2025).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo» (
Mt 24, 37-44).

Negli anni della iniziazione alla pratica liturgica cattolica (grazie a un frate agostiniano che accompagnava un gruppo scout della mia città e nonostante i ripetuti tentativi di dissuasione da parte dei miei familiari) era agevole prendere posizione davanti a brani come questo: ritenevi vero che Noè fosse vissuto tre o quattro millenni fa e che  Gesù lo avesse evocato per esemplificare il suo stesso secondo – e definitivo – avvento? Allora eri un credente. Dubitavi fortemente della attendibilità storica di tutto ciò? Allora ti potevi serenamente considerare non-credente, un infedele.

Sessant’anni dopo non è più così. L’alternativa non è così secca, drastica. Chi ha studiato anche solo un po’ di teologia, ma seria, sa con ragionevole certezza che Noè  non è un personaggio storico; che un diluvio “universale” non c’è mai stato; che Gesù non ha mai pronunziato questa ‘profezia’; che i redattori del vangelo gliel’hanno posto sulle labbra circa mezzo secolo dopo per esortare le loro comunità a non cedere all’imborghesimento per scoraggiamento…

E allora, che fare? Continuare a credere di credere, facendo finta di niente, rinunziando al sapere storico-esegetico o addirittura irridendolo (come perfino Benedetto XVI ha fatto nei suoi volumi su Gesù, per fortuna precisando di scrivere da teologo privato e non da pontefice) ? Oppure, al contrario, cessare di dirsi cristiani, gettare pagine come questa alle ortiche o, al massimo, affidarle ai cultori di letteratura greca antica?

Forse sono percorribili anche altre vie, non del tutto dissimili da chi ama i versi dell’Odissea o della Divina Commedia prescindendo dall’effettiva esistenza storica di Ulisse o della collina del Purgatorio. Per chi vede in Gesù (come in Socrate o in Buddha) un segno, un sintomo, un ologramma di una dimensione altra rispetto alla pur concretissima tragica storicità; per chi riconosce nel suo messaggio sia un invito a vivere per ciò che conta e nutre la propria interiorità sia un progetto utopico di società verso cui orientare gli ingiusti assetti sociali attuali; per costui/costei questa pagina matteana risuona come un monito a non sprecare il breve segmento di vita concessoci.

Francamente non so se ci sarà un ritorno di Gesù tra noi e propendo a non crederlo verosimile; ma so con certezza che la morte mi attende e può afferrarmi, come un ladro nella notte, quando meno me l’aspetto. Non sarà la fine del mondo, ma certo del mio mondo. Poi? O il nulla o la fusione con l’Infinito. O (solo) la decomposizione della mia dimensione corporea o (anche) l’immersione verso l’abissale Profondità di quella sfera dell’essere di cui, in questa vita, sperimentiamo soltanto la superficie agitata da travagli e stoltezze. Sarebbe bello se, in questa seconda ipotesi, potessi riconoscere – tra milioni di volti che hanno calcato le strade del mondo indicandoci l’Oltre – anche il volto del Nazareno, “Figlio dell’uomo”: non egli sarebbe tornato a me sulla Terra, ma io sarei andato a incontrare lui nel Mistero. Dopo il mio primo ‘avvento’ nella storia, si realizzerebbe il mio secondo ‘avvento’ nella meta-storia. In ogni caso, l’incontro tra noi due sarebbe realmente effettuato. Di questa speranza a me parla ancora la pericope odierna. Forse dice meno di quanto mi dicesse negli anni Sessanta del Novecento, ma di certo me lo dice con un tono meno inverosimile e perciò più convincente.

Augusto Cavadi

“Adista /Notizie”, 38, 1-11-2025

martedì 25 novembre 2025

I QUATTRO (ANZI CINQUE) RACCONTI DI VALERIO DROGA


La passione per la scrittura, come tutte le passioni intense, porta a imprese folli. O che tali possono apparire. E’ il caso di Valerio Droga che, non pago di scrivere racconti, ne disegna le illustrazioni, li impagina con cura, s’inventa un marchio editoriale per pubblicarli e s’ingegna di promuoverli attraverso vari canali telematici. Egli inaugura una delle nove Collane progettate, la “Collana della Farfalla”, con la raccolta Ma quanto parli? Quattro storie contate (www.lamedlibri.it, Palermo 2025, pp. 94) che costituisce una nuova edizione, ampliata, di una precedente pubblicazione con lo stesso titolo del 2014.

La domanda più spontanea è facile da immaginare: il gioco vale la candela? La mia risposta – da lettore molto “medio” che non ha nessuna pretesa di critica letteraria – è senz’altro affermativa. E lo è in base a un criterio talmente elementare da poter risultare rozzo: i testi di narrativa o avvincono (suscitandoti il desiderio di leggerli rapidamente sino alla fine) o ti annoiano (e, dunque, per quanto ti riguarda, si sarebbe potuto risparmiare la carta necessaria a stamparli). 

Le pagine di Droga mi hanno afferrato sin dal primo racconto – Passeggiata – che, vergato con una scrittura elegante ma non ricercata, lineare, pulita riserva un colpo di coda finale intriso di tenerezza contagiosa.

Più triste, quasi tragico, il racconto Ma quanto parli? che dà il titolo all’intera raccolta: un’immersione nel mondo della miseria materiale e morale in cui, nonostante i decenni trascorsi dall’epoca in cui sono ambientate le vicende, continuano ad arrancare troppe fasce sociali.

Con Il messaggero l’autore - come avverte egli stesso nella “Introduzione alla lettura” – prova a “cimentarsi col genere giallo”, a “giocare con la suspence e la tensione”, a “crearla e a trasmetterla”: e, a mio sommesso avviso, ci riesce.

 Il quarto racconto, Totò l’Arabo  – più una breve cronaca che una fiction – mi è risultato il meno toccante, nonostante la vicenda narrata sia in sé oggettivamente patetica. Intrigante invece Metafora, ultimo racconto (aggiunto come quinto, a dispetto del titolo della raccolta, in questa nuova edizione), nel quale  Droga, accogliendo la sfida di un docente universitario di scrivere un raccontino in non più di venti righe, prova a “trattare temi anche pesanti, tristi, violenti ma in modo poetico e, per questo, catartico, senza mostrare gli aspetti più duri dell’evento drammatico”.

In una pagina di congedo l’autore ringrazia i lettori per il tempo dedicato a queste storie: “chi parla molto per paura del silenzio e chi, senza parlare, riesce a dire tanto, chi ha aspettato per tanto tempo qualcosa che non è arrivato, chi ancora non smette e non smetterà mai di aspettare”. Non pochi lettori, suppongo, ricambieranno – come me – il ringraziamento.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

Per la versione originaria cliccare qui:

https://www.girodivite.it/4-racconti-anzi-5-di-Valerio-Droga.html

 

giovedì 20 novembre 2025

I PARADOSSI DEL TURISMO IN SICILIA

 

Nel Medioevo a spostarsi erano il pellegrino, per mettere alla prova la sua fede, e il mercante, per commerciare. Nella Modernità, soprattutto nei secoli XVIII e XIX, appare il viaggiatore, che parte per luoghi conosciuti attraverso il filtro della letteratura e della pittura: il voyage en Italie diventa un must per intellettuali e artisti europei.

Dagli anni Sessanta del secolo scorso queste figure ‘classiche’ vengono sostituite dal turista nel quale avviene un’inversione di prospettiva: più che la méta, gl’interessa come arrivarci (con che mezzo, in quanto tempo, con quanti soldi, in compagnia di chi…). La riprova? Raramente un visitatore sceglie dopo un’attenta documentazione su ciò che meriti attenzione, spesso preferisce fidarsi della pubblicità più accattivante. Con effetti un po’ paradossali (di cui in Sicilia non mancano gli esempi): luoghi sconosciuti, individuati come mete incantevoli, attirano tanti turisti da perdere le caratteristiche naturali e antropologiche originarie. Un equilibrio fra rispetto per il genius loci e opportunità di lavoro è tanto necessario quanto arduo.

Augusto Cavadi

“Gattopardo/Sicilia”

Agosto 2025